In Serbia, a Belgrado, torna il Gay Pride dopo tre anni dalla sua ultima manifestazione e, anche se gli scontri che spesso hanno caratterizzato l’evento non si sono verificati, non mancano le polemiche.

Nella giornata di Domenica, 28 Settembre, sono state 1000 gli esponenti della comunità LGTB radunatesi nella capitale per manifestare e chiedere maggiori diritti civili. La manifestazione del si è svolta senza gli incidenti e gli scontri che hanno caratterizzato le precedenti edizioni, anche grazie alla presenza di ben 7000 unità di polizia.

Ad ogni modo, le polemiche non si sono fatte attendere. Va ricordata, in primo luogo, la chiara presa di posizione della Chiesa Ortodossa, guidata dal patriarca Jrinej, e da diversi partiti politici di destra a cui si è aggiunto il Premier stesso, Aleksandar Vucic, il quale ha affermato di aver “altre cose da fare anzichè marciare” alla vigilia dell’evento e che, insieme ad alcuni suoi stretti collaboratori, si è ritrovato di recente nell’occhio del ciclone per esser stato accusato di aver plagiato le proprie tesi di dottorato.

Il fronte pronto ad opporsi al Gay Pride, ha organizzato una contro manifestazione alla vigilia della parata che ha visto la partecipazione di diversi gruppi ultras delle maggior squadre di Belgrado, la Stella Rossa ed il Partizan, e tra cui figurava anche Ivan Bogdanov, divenuto famoso al Marassi di Genova durante gli scontri verificatisi in occasione di Italia-Serbia. Ciò che non è andato giù a tali gruppi, e più in generale anche alla maggior parte della popolazione serba, è l’insistenza con cui l’Unione Europea ha cercato di imporre tali eventi nell’intento di migliorare il rispetto dei diritti umani in Serbia. Il che, per tali gruppi, è sinonimo di ingerenza occidentale in un Paese il cui primo alleato resta la Russia di Vladimir Putin, nonostante le recenti richieste di adesione alla comunità europea.

Ad inasprire la situazione, inoltre, ci ha pensato la presenza di alcuni diplomatici d’alto profilo come il capo del team serbo per i negoziati di adesione con l’Unione europea Tanja Miscevic, quello della delegazione dell’Unione Europea in Serbia Michael Davenport e l’ambasciatore americano Michael Kirby. Quest’ultimo, in particolare, ricorda troppo da vicino la NATO e le bombe su Belgrado cadute durante le guerre che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia negli anni ’90. “E’ un buon segno che questa parata abbia avuto luogo”, è stato il commento di Davenport. “Manda un messaggio forte a tutti, specialmente alla comunità LGBT, ma anche a tutti coloro che usano un linguaggio di odio in Serbia, luogo in cui tutto ciò non è accettato”.

Anche il recente conflitto tra Ucraina e Russia, incluso l’approviggionamento e le forniture di gas, hanno avuto un ruolo importante in questa vicenda. Storicamente in bilico tra Est ed Ovest, e non solo geograficamente, la Serbia ha spesso fatto “buon viso a cattivo gioco”, respingendo le sanzioni imposte alla Russia, ed accrescendo la propria partnership commerciale con il paese di Putin, senza però chiudere la porta che porta all’UE, pronta a garantire un sostegno economico divenuto quasi vitale in seguito alle alluvioni che hanno danneggiato il paese, ed il resto dei Balcani, la scorsa primavera.

In sostanza il Gay Pride poteva rappresentare, a detta di diversi analisti dei Balcani, un importante passo avanti, sia sociale che economico, inclusa la possibilità di attirare capitale straniero per risollevare un’economia piegata dall’austerity. Ma tutto, in realtà, resta ancora bloccato dal vecchio vortice geo-politico ed economico che contrappone Oriente ed Occidente.

Antonio Scancariello