Il dibattito pubblico sull’articolo 18 in particolare e sulla legge delega in generale è davvero allucinante. Complice il livello infimo del lavoro giornalistico attorno a questo tema, telegiornali e talkshow spesso passano sopra ad asserzioni campate in aria, salti logici e vere e proprie omissioni.

Mi chiedo ancora quando un giornalista farà per la prima volta notare che l’articolo 18 è già stato modificato nel 2012 da Fornero (che oggi si diverte a  – per usare il suo celebre lessico giovanile – “trollare” Renzi dicendo che lo lascerebbe stare). Su questo ci torno subito.

Ripercorriamo per punti tutte le bugie che ci raccontano sull’articolo 18.

L’articolo 18 obbliga le aziende a riprendersi i lavoratori che vogliono licenziare?  Falso. Prima di tutto va capito che l’articolo 18 riguarda i licenziamenti che, se impugnati dalle vittime, un giudicee sulla base delle prove fornite ritiene illegittimi. Dalla legge 92/2012 della Fornero i licenziamenti per ragioni economiche sono quasi sempre ritenuti legittimi. Quando le ragioni economiche risultano infondate, il lavoratore può essere indennizzato. Il reintegro risulta  solo per i licenziamenti discriminatori, ovvero fatti contro le opinioni politiche, il sesso, l’etnia o l’appartenenza sindacale del lavoratore. È opzionale quando la motivazione, riconosciuta falsa, del licenziamento invece è di natura disciplinare. L’importanza del reintegro, a cui non si ricorre spesso, è principalmente di deterrente e anche di strumento di contrattazione per strappare indennizzi dignitosi. Se una azienda, a torto o a ragione, non vuole più saperne di un lavoratore che ha assunto a tempo indeterminato insomma, ha tutt’ora l’imbarazzo della scelta.

L’articolo 18 impedisce di licenziare?  Come abbiamo visto è falso, ed è confermato dall’enorme mole di licenziamenti di questi ultimi anni, dal 2007 in poi. E pensare che gli stessi giornalisti e politici che non parlavano d’altro ora se ne sono dimenticati e sostengano addirittura che non si possa licenziare per motivi economici.

Renzi NON vuole togliere l’articolo 18 a chi ce l’ha? Falso. Viene ripetuto da alcuni dei renziani più scaltri nel talkshow e nelle interviste. Ma è un espediente retorico piuttosto disonesto e raramente vengono costretti a chiarire. Renzi non intende (a quanto dice) togliere l’articolo 18 da quei contratti, in corso, che lo prevedono. Ma non ci sarà più nel caso un lavoratore cambi contratto e per tutti coloro che firmeranno un contratto di lavoro dall’approvazione della legge in poi. Per cui sarebbe un diritto che andrebbe “fino ad esaurimento scorte”.

L’articolo 18 è una anomalia italiana? Non è vero, ci sono forme di protezione dai licenziamenti illegittimi in tutti i maggiori paesi europei. Sicuramente Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. In Germania i licenziamenti devono persino passare per i consigli di fabbrica.

Il lavoro a tempo indeterminato in Italia è troppo protetto rispetto agli altri paesi europei? Bugia! Esiste un indice dell’OCSE per misurarlo, l’EPRC (indice di protezione per i lavoratori a tempo indeterminato dell’Eurozona), che nel 2013 ci vedeva dietro a Germania, Belgio, Olanda, Lettonia e Francia. Mentre il grado di flessibilità risulta assolutamente in media (tabella). Per approfondimenti segnalo un ottimo articolo di Economia e Politica.

Gli investitori aspettano che venga tolto l’articolo 18? Ora, voi pensate davvero che ci siano multinazionali che si accalcano ai confini finanziari del nostro paese ritirandosi tremanti dalla prospettiva di non poter licenziare immediatamente quelli che intendono assumere per discriminazioni razziali o politiche? Vi sembra coerente? E vi pare possibile che qualcuno se vuole licenziare un sindacalista adduca motivazioni discriminatorie e non si inventi motivazioni economiche? E per parlare di imprenditori italiani, bisognerebbe informarsi su cosa dicono. Un sondaggio della Banca d’Italia del 2012, riportato di recente da questo sito, segnala che solo il 15% delle imprese sarebbe eventualmente interessata a derogare dall’articolo 18. Il numero appare particolarmente irrilevante se pensiamo che la stragrande maggioranza del tessuto economico-produttivo del nostro paese è fatto da piccole imprese sotto i 15 dipendenti alle quali l’articolo 18 già non si applica.

L’articolo 18 crea lavoratori di serie B, toglierlo serve ai precari? Ripetuta con tracotanza dal presidente del Consiglio, è una delle sue frizzanti asserzioni senza ragionamento. Perché? Come?  Se Gianni ha 1 mela e Toni ha 0 mele, e Matteo prende la mela di Gianni e la butta via, quante mele avrà Toni? Non servono riforme della scuola per rispondere.

Insomma, questo benedetto articolo 18 della legge 300/70 sarebbe un feticcio per chi?  Per i lavoratori italiani è il riconoscimento di un diritto, della dignità di non dover subire impunemente abusi. Ma per chi vuole attaccare e cancellare ciò che ne rimane dopo le passate manomissioni si tratta di un simbolo, di uno scalpo da portare ad elettorato e opinione pubblica per sancire la nascita del PDR, il Partito di Renzi, post-ideologico e trasversale. Magari serve per distrarre dal fatto che il resto della riforma i problemi dei precari non li risolverà davvero, e che la vaghezza in merito al contratto a tutele crescenti rischia di rivelarsi l’ennesima fregatura. E forse serve anche un po’ a farci dimenticare, ammaliati da nuove guerre e nuovi nemici, del fatto che tutte le riforme mensili che aveva promesso non ci sono state e che l’economia del paese così come l’azione concreta del governo ristagna come e più di prima.

1 COMMENTO

  1. Piccola appendice:
    “Con la legge delega si vogliono cancellare i contratti precari?” Ma qualcuno del governo allora può spiegare perché li hanno peggiorati col decreto Poletti, il primo step del Jobs Act? Perché intervenire, rendendole ancora più precarie, su quelle forme contrattuali che dovresti poi cancellare? Si sono sbagliati? Non avevano detto niente a Poletti? Qui i dettagli su cosa dice il decreto http://alessandrosquizzato.wordpress.com/2014/05/15/scopri-perche-il-jobs-act-peggiora-le-cose-in-3-minuti/

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