Nonostante il “cessate il fuoco” del 5 settembre, ieri sono ripresi gli scontri a Donetsk, nell’est dell’Ucraina, causando la morte di sei civili e diciotto feriti. La notizia è della tv Rossia 24 che cita il ministero della Difesa dell’autoproclamata repubblica di Donetsk: Siamo stati bombardati dall’artiglieria dell’aeroporto locale, occupata dai soldati ucraini”.

I funzionari della sicurezza, però, hanno chiarito: “L’attacco è partito dopo che domenica un gruppo ribelle ha assalito un nostro veicolo corazzato domenica tardi, nei pressi di Donetsk”. Durante l’attacco hanno perso la vita nove soldati ucraini e 27 sono rimasti feriti. Andrii Lissenko ha dichiarato: “Ieri i ribelli hanno nuovamente tentato di assalire l’aeroporto di Donetsk”.

Insomma, è guerra anche sulla versione dei fatti, come dimostra la versione del consiglio comunale della città bombardata che, in un comunicato online, calcola una dozzina di edifici a rischio post-bombardamenti.

Il presidente Poroshenko ha dichiarato che sta lavorando ad un piano di pace, ma i dati delle Nazioni Unite parlano di 3500 persone uccise nei combattimenti e di 350.000 persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni. Come se queste cifre non fossero sufficientemente inumane, sono state scoperte 4 fosse comuni, di cui tre in Ucraina orientale, il cui numero di cadaveri non è stato ancora calcolato ma si annuncia elevato secondo Amnesty International.

Intanto a Kharkiv è stata abbattuta la più grande statua di Lenin del Paese, costruita nel 1963,  in una manifestazione pro-unità ucraina, che ha portato alla distruzione dei numerosi busti con l’effigie del dittatore russo e di ogni monumento sovietico. Una volta distrutto il mastodontico monumento, gran parte dei manifestanti ha fatto immediatamente sua una parte della statua da conservare come “souvenir” e ha inciso su un numero non calcolato di edifici e monumenti le iniziali “NI”, che si rifanno al movimento nazionalista “Idea nazionale”.

Mentre le forze di polizia facevano un cordone attorno alla statua circondata da attivisti con bandiere ucraine in pugno e avevano un incontro con gli stessi, il ministro degli Interni Avakov non ha visto nulla di sbagliato o penale in questo atto, ed ha dichiarato su facebook “Lenin? Che cada se le persone non ne soffrono. I nostri ordini proteggono le persone, non l’idolo”. Addirittura le autorità ucraine hanno emesso un mandato di demolizione del monumento dopo la caduta, attenuando le eventuali ripercussioni penali e sostenendo questo tipo di atti forti, anche se nella mattina di lunedì 29 settembre sono state rimosse le bandiere gialle e blu dai resti della statua.

Da Mosca, però, Putin e i suoi portavoce hanno più volte protestato e chiesto di porre fine a questi atti “russofobi”soprattutto dopo la distruzione del monumento in onore del generale Mikhail Kutuzov, che sconfisse Napoleone, nella città occidentale di Lviv. Non pochi hanno visto in questo episodio, oltre ad una strumentalizzazione bellice, il crollo di un simbolo che ricordava la vittoria della Russia contro tutto l’Occidente.

Ferdinando Paciolla