In Iraq prende il via l’offensiva delle milizie Curde contro l’auto-proclamato Califfato dell’ISIS.
L’offensiva, appoggiata da bombardamenti aerei della coalizione, sarebbe stata aperta su tre fronti.
I guerriglieri curdi hanno colpito le postazioni di Isis a nord della città di Mosul, conquistata a giugno dal califfato; il secondo attacco è stato sferrato contro il crocevia petrolifero di Kirkuk; infine un terzo attacco sarebbe stato effettuato nel confine con la Siria. Le forze curde sarebbero poi entrate, secondo quanto riporta un alto funzionario curdo, nella città di Rabia, al confine con la Siria, avrebbero riconquistato i villaggi di As-Saudiyah e Mahmudiyah e sarebbero dirette alla riconquista di Zumar, città relativamente vicina alla diga di Mosul, dove è sita la principale riserva idrica del paese. Le fonti dei peshmerga hanno parlato dell’aiuto arrivato dai raid aerei, senza tuttavia precisare se si trattasse di forze aeree statunitensi o irachene.

Intanto i miliziani di Abu Bakr Al-Baghdadi hanno allagato cinque villaggi dell’Iraq orientale e i campi agricoli circostanti, grazie alla deviazione del fiume Khalis. Quest’azione potrebbe impedire o comunque ritardare gravemente l’avanzata dell’esercito regolare iracheno sostenuto anche dai miliziani della tribù Ezza.
L’ISIS torna a far parlare l’ostaggio britannico John Cantlie per comunicare con il mondo: nei video, la cui diffusione non riesca ad essere tamponata efficacemente dalla rete, il giornalista inglese – indossando la solita tuta arancione – parla di sé stesso come di un “prigioniero a lungo termine”, “dimenticato dal suo governo” e critica la strategia del presidente Barack Obama. Attraverso Cantlie, gli jihadisti pongono l’accento sul carattere eterogeneo della coalizione messa in campo dagli USA, dove non ci sarebbe “un solo soldato americano sul terreno”. L’ISIS avverte l’occidente sull’inutilità dei raid, che non fermeranno la sua avanzata, e afferma di non essere colpevole della morte di donne e bambini cristiani e yazidi.
Il giornalista, già rapito e rilasciato nel 2012 in Siria, termina il proprio messaggio rimandando “alla prossima puntata”.

L’ISIS incalza, diffonde il suo messaggio, e in America riecheggia lo spettro di un nuovo Vietnam, di una guerra senza vincitori ma con tante vittime inutili.
Barack Obama incolpa i servizi segreti di aver sottostimato la pericolosità dell’organizzazione terroristica che ha ormai sotterrato Al Qaeda, ma dai servizi segreti la risposta è dura: stando alle informazioni fornite al NY Times da un alto funzionario rimasto anonimo, il governo Statunitense era pienamente a conoscenza dei pericoli presenti in Siria e della debolezza dell’impianto militare iracheno. “Qualcuno tra noi ha cercato di insistere ma la Casa Bianca semplicemente non prestava attenzione, erano preoccupati da altre crisi, questa non era una grande priorità” ha dichiarato l’alto funzionario.

Dall’Italia il rischio di una partecipazione diretta alla guerra sembra lontano, stando a quanto afferma il premier Renzi, secondo il quale per ora “le richieste sono di carattere umanitario e logistico. L’intervento militare necessiterebbe comunque, lo ricorda al Washington Post, di “un impegno da parte del parlamento“. Tuttavia nella stessa intervista non esclude affatto l’ipotesi: “siamo pronti ad assicurare qualsiasi supporto necessario“.

Roberto Davide Saba