Qualche giorno fa ho parlato dell’articolo 18 e ho chiarito la mia netta contrarietà alla sua abolizione senza un’adeguata ricollocazione del suddetto diritto all’interno delle norme a tutela del lavoro e dei lavoratori. Non è mia intenzione, quindi, ritornare su questo aspetto ma interrogare tutti, compresa me, sull’incapacità che ormai dimostriamo di approfondire le questioni, di seguire in maniera laica le discussioni. Mi riferisco, in particolare, alla direzione del Partito democratico che si è tenuta ieri e nella quale, forse per la prima volta, abbiamo davvero discusso con lealtà e sincerità e con parole di verità. Per la prima volta non ci sono stati sconti (ce le siamo cantate si direbbe dalle nostre parti), abbiamo discusso e sviscerato la questione del lavoro, della nuova impresa, delle tutele come solo un grande partito deve e può fare. Eppure l’attenzione mediatica sembra tutta concentrata sulle divisioni del Pd e della minoranza del Pd, su D’Alema e Bersani che bacchettano il giovane segretario/premier, sui renziani puri che accusano i vecchi di non aver fatto nulla. E allora ti viene voglia di chiedere in giro “scusate, ma alla fine ieri cosa si è votato?” e ti accorgi di un silenzio che diventa assordante. A questa domanda, però, noi abbiamo il dovere di rispondere e di spiegare, non fosse altro che è proprio questo il compito di una politica che si assume la responsabilità delle scelte.

Per la prima volta abbiamo scritto nero su bianco che il nostro obiettivo è “realizzare un mercato del lavoro che estenda i diritti e le tutele a quei lavoratori che oggi non li possiedono e dove nessuno sia più abbandonato al proprio destino” e su questo si chiede al Governo di mettere in campo misure concrete che mirino all’universalizzazione delle tutele e accompagnino il lavoratore in un percorso continuo di formazione. Da qui la richiesta di strumenti coerenti a questi obiettivi:

1. Una rete più estesa di ammortizzatori sociali rivolta in particolare ai lavoratori precari, con una garanzia del reddito per i disoccupati proporzionale alla loro anzianità contributiva e con chiare regole di condizionalità attraverso un conferimento di risorse aggiuntive a partire dal 2015.

2. Una riduzione delle forme contrattuali, a partire dall’unicum italiano dei co.co.pro., favorendo la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti, nella salvaguardia dei veri rapporti di collaborazione dettati da esigenze dei lavoratori o dalla natura della loro attività professionale.

3. Servizi per l’impiego volti all’interesse nazionale invece che alle consorterie territoriali, integrando operatori pubblici, privati e del terzo settore all’interno di regole chiare e incentivanti per tutti.

4. Una disciplina per i licenziamenti economici che sostituisca l’incertezza e la discrezionalità di un procedimento giudiziario con la chiarezza di un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità, abolendo la possibilità del reintegro. Il diritto al reintegro viene mantenuto per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie.

Questi obiettivi sono stati il frutto di un’attenta discussione e della mediazione che si chiedono ad un partito nel quale non tutti la pensano proprio alla stesso modo ma in cui tutti sono partecipi delle decisioni. La nostra generazione, del resto, dovrebbe essere quella più attenta ai cambiamenti del mondo e la più rapida nell’attrezzare risposte adeguate e non è una caso, mi permetto di dire, che una generazione più giovane e di sinistra abbia voluto contribuire a cercare una sintesi e una mediazione per non alzare steccati ma per far uscire un testo migliore di quello che era stato proposto. Lo dobbiamo ai quei nostri coetanei a cui è stato tolto il futuro, che non avranno mai una pensione, che non hanno la possibilità di accedere ad un mutuo, che alle belle start-up che ogni tanto ci propongono si sono visti per lo più chiudere le porte in faccia dalla banche. Per la prima volta il Partito democratico si assume la sfida di riconoscere un altro diritto, che è quello ad essere integrati e non solo reintegrati in un mondo del lavoro sempre più difficile e controverso, impegnandosi a ridurre le tipologie contrattuali e investendo nei servizi per l’impiego.

Certo non basta e non basteranno i contratti a ridare un futuro alle generazioni più giovani ma è altrettanto vero che non c’è più tempo per aspettare. Abbiamo una grande sfida davanti, se non sapremo coglierla (di questo mi piacerebbe discutere) saremo ancor più duramente colpevoli dei nostri padri.

Antonella Pepe