Continua senza sosta la lotta interna del Partito Democratico sulla riforma del mercato del lavoro, che ha trai suoi principali passaggi l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si è tenuta ieri la direzione del Partito Democratico, che ha votato il documento sulla riforma del lavoro in larghissima maggioranza, ma al contempo con l’ennesimo allontanamento tra la segreteria e la minoranza del PD.

La direzione del PD, che aveva come ordine del giorno la discussione della riforma del lavoro, che tanto sta a cuore al governo guidato da Matteo Renzi, doveva essere il luogo del ricompattamento e della sintesi delle idee, secondo qualcuno, ma si è trasformato in un durissimo muro contro muro. Renzi ha aperto la discussione chiudendola, di fatto, chiedendo un centralismo democratico senza la benchè minima discussione preliminare sul tema. “Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, – spiega il premier – ma non si fanno a tutti i costi i compromessi. Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta“. Parole di sostanziale chiusura, contro quelle minoranze interne che stanno duramente combattendo per il mantenimento dell’articolo 18. Sull’articolo 18 il pensiero del segretario è chiaro: “L’attuale sistema del reintegro va superato, certo lasciandolo per discriminatorio e disciplinare. Quello che vi propongo – continua Renzi – è di cambiare. Questa riforma è di sinistra, se la sinistra serve a difendere i lavoratori e non i totem. Se serve a difendere il futuro, e non il passato. Se serve a difendere tutti, non qualcuno già garantito“. Inaspettata apertura anche verso i sindacati, invitati a Palazzo Chigi, per discutere di una legge sulla rappresentanza sindacale, sul salario minimo garantito e la contrattazione di secondo livello, apertura ben vista dal leader di CGIL Susanna Camusso. “Ha capito che bisogna confrontarsi coi sindacati” spiega Camusso.

Dopo l’intervento di Renzi partono una serie di interventi della minoranza volti ad attaccare il premier, per un’evidente scarsa comunicazione interna, e a difesa l’istituto dell’articolo 18, alla base del diritto del lavoro. Il primo è Gianni Cuperlo che, nel riconoscere il primato politico al segretario avanza comunque una durissima critica. Secondo Cuperlo, infatti, anche se Renzi non è la reincarnazione della Tatcher non è nemmeno il dominus del partito. Cuperlo rimprovera Renzi di non avere “persone in grado di rinunciare a parte delle proprie convinzioni” per arrivare ad una sintesi, portando il partito a spaccarsi.

Pungente l’intervento di Massimo D’Alema che critica aspramente il premier. D’Alema fa notare al segretario che l’articolo 18 “non è un tabù da 44 anni, visto che è stato cambiato 2 anni fa“, predicendo che il governo “sia destinato a produrre scarsissimi, e sta cominciando ad accorgersene anche la parte di elettorato più formata. Voglio meno slogan, meno spot e un’azione di governo più riflettuta“. Secondo D’Alema, infine, il governo non sta attuando una politica economica oculata, citando il premio nobel Stigliz, il quale dice che il mercato di lavoro non può essere modificato in fase recessiva o si danneggerà il mercato interno.

Pippo Civati, invece, accusa Renzi di dire “cose di destra” riferendosi alle dichiarazioni del segretario a Che Tempo Che Fa. “Ieri sera in tv, io ho visto un premier che diceva cose di destra, simili a quello che diceva la destra 10 anni fa” ha detto Civati. Il peggiore attacco arriva, invece, da Bersani. Secondo l’ex segretario, per riforme importanti come quella del lavoro si aspettava un coinvolgimento prima che si avviassero i lavori legislativi. “Ai neofiti della ditta – dice Bersani – dico che non funziona così. Io voglio poter discutere prima che ci sia un prendere o lasciare, prima che mi si carichi della responsabilità di far traballare un partito o il governo“.

Francesco Di Matteo