Benvenuti ad un nuovo numero di History in Making, la rubrica di storia di Libero Pensiero. L’argomento di questo pezzo è di natura politica: cercherò di spiegare, occupando uno spazio relativamente breve perché il liberismo non ha mai trionfato in Italia.

Ormai è parte integrante della propaganda dei cosiddetti movimentiestremisti”, sia di destra, sia di sinistra, l’idea di un trionfo del liberismo nel Bel Paese. In realtà, purtroppo o per fortuna, tale ideologia ha sempre incontrato grossi ostacoli per attecchire (e probabilmente ne incontrerà a lungo).

Eppure per il liberismo le premesse erano positive: il parlamento italiano, nei primi decenni della sua storia, è stato dominato da fronti liberali composti quasi unicamente da esponenti dell’èlite italiana. Il plot twist, a dirla in linguaggio cinematografico, è rappresentato dall’emergere del socialismo nel primo Novecento. Giolitti, a lungo primo ministro italiano, e di certo non un socialista, introdusse le prime misure di quello che sarà, in un’epoca a lui successiva, definito Welfare state: assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro,tutela del lavoro femminile e minorile, trasferimento allo stato delle spese per l’istruzione elementare, istituzione dell’Ispettorato del lavoro.

La nascita, in quel periodo, della società di massa, fece entrare un nuovo soggetto nel mondo della politica: i ceti più bassi, da sempre esclusi, anche, ad un’analisi più approfondita, in occasione della rivoluzione francese, guidata, de facto, dalla borghesia. I partiti di massa che nacquero in quel periodo erano tutto fuorchè liberisti, dal Partito Socialista Italiano al Partito Popolare Italiano di Don Luigi Sturzo. Lo stesso fascismo nacque con un’anima socialista e anticapitalista e, sebbene si evolse avvicinandosi al liberismo, si distinse sempre da esso.

La ricetta americana alla crisi del ’30, la teoria keynesiana, si impose fra le linee-guida della ricostruzione post-bellica. Il boom economico degli anni ’50 e ’60 avvenne sotto i governi della Democrazia Cristiana, un partito di centro e d’ispirazione cattolica, il cui rivale principale, il Partito Comunista Italiano, faceva invece man bassa fra i comuni dell’Italia centrale.

E poi vennero gli anni ’80: il vento liberista soffiava dagli stati anglosassoni. La Thatcher nel Regno Unito e Reagan negli USA inauguravano una nuova era: l’epoca del neoliberismo. Eppure, in Italia, non emerse alcun leader liberista: anzi, furono gli anni di Craxi, un socialista. Perché questa differenza fra l’Italia e la Gran Bretagna?

Prima di tutto il braccio di ferro instaurato dalla Thatcher era sicuramente più attuabile in un paese, come quello britannico, che non aveva visto i conflitti sociali scoppiati altrove. Ma, ancor più importante, era il divario fra il conservatorismo british e la democrazia cristiana europea. Impossibile pensare che un partito come la Democrazia Cristiana fosse d’accordo nel depotenziare lo stato al massimo, come programmava di fare la Thatcher.

L’ideologia democristiana aveva sempre puntato sulle politiche sociali, allontanandosi dall’individualismo sfrenato tipico del liberalismo. Il cristianesimo sociale faceva sì che, dal punto di vista economico, i partiti democristiani avessero una politica più a sinistra rispetto ai partiti liberali di tutta Europa.

Andando oltre i semplici valori di facciata, occorre dire che il Welfare State era, per la DC, uno strumento di potere. La spesa pubblica si traduceva in clientelismo: i partiti investivano sul territorio per creare consenso. Ridurre le spese avrebbe significato ridurre il proprio appeal elettorale. Non c’erano critiche al sistema: il PCI condivideva la stessa linea, mentre la popolazione non si lamentava del crescente aumento delle tasse legato al crescente bisogno di denaro da investire, a sua volta, nel Welfare State, a differenza di quanto poteva accadere negli States.

Il neoliberismo mosse i suoi tentacoli anche verso il meridione d’Europa: ma in Italia mai un partito d’ispirazione liberale ha realmente trionfato. Mi si potrebbe facilmente confutare con l’esempio di Forza Italia: ma la rivoluzione liberale è rimasta sulla carta, perché FI ha subito assorbito il modus operandi della DC.

I partiti della cosiddetta seconda repubblica, in realtà, sotto questo aspetto poco si differenziano dai loro predecessori. Continuano ad usare la spesa pubblica nella sfera locale per creare consenso. Per tale motivo, in realtà, nonostante i passi in avanti del liberismo, esso non riesce ad attecchire in Italia.

L’altra faccia della medaglia, però, ci dice che l’Italia continua ad essere infestata dal clientelismo, vero male del Bel Paese. Evitato lo spettro del liberismo, la nostra nazione continua ad avere un’altra pesante palla al piede, che nessuno, in parlamento, combatte.

Il direttore

Davide Esposito