Il progressivo aumento delle interconnessioni tra le diverse società umane ha facilitato quanto non mai il passaggio di informazioni da una parte all’altra del globo. Accedere a culture diverse, apprenderne le forme espressive, venendone influenzati e contemporaneamente influenzandone gli esponenti, è ormai prassi comune. Anche il mondo al centro di questa rubrica, quello dei cosiddetti “manga”, non può prescindere da una simile considerazione preliminare, dato che la sua conoscenza deriva proprio da tale rete di interconnessioni. Ogni appassionato di manga è dunque, almeno in parte, un figlio della globalizzazione.

Ma la capacità di accedere ad un’informazione comporta, come corollario necessario, quella di saperla comprendere? Per rispondere a questa domanda si potrebbero fornire una miriade di esempi ma, per questioni di spazio, sarà sufficiente limitarsi ad uno particolarmente significativo.

Cristoforo Colombo, quando approdò per la prima volta in America, interpretò le azioni degli indigeni a partire dal proprio punto di vista, assumendo che il suo bagaglio culturale, le sue tradizioni ed i suoi valori dovessero necessariamente corrispondere a quelli dei popoli residenti in quel remoto angolo di mondo.

Egli li considerò generosi poiché, in cambio di oggetti comuni, erano pronti a donare ingenti quantità d’oro, non capendo che il valore di quel metallo non è intrinseco, ma frutto di una costruzione culturale specificatamente europea. Allo stesso modo li condannò come ladri quando, senza alcuna richiesta, si appropriarono di oggetti presenti sulle navi spagnole, non capendo che, alla base delle loro azioni, vi era un diverso concetto della proprietà.

Colombo quindi, nonostante avesse accesso diretto agli indiani, non li capiva, e la distanza linguistica non basta a giustificarlo; i suoi emuli, benché dotati di interpreti, commetteranno sovente lo stesso errore. Prima di accostarsi ad una cultura diversa è dunque importante depurarsi di ogni convinzione pregressa, analizzando quello che ci si trova davanti unicamente per quello che effettivamente è, evitando così di cadere in errori imbarazzanti.

In molti però dimenticano questa basilare regola della comprensione, soprattutto quando si avvicinano ad un mondo fumettistico “estraneo”, sia esso giapponese o di altra provenienza. Tali novelli Colombo, partendo dal presupposto (per altro errato) che, in Italia, cartoni animati e fumetti siano destinati ad un pubblico infantile, deducono che debba essere così anche altrove.

Ma il target di riferimento dei manga è ben più ampio e diversificato; esso abbraccia infatti sì il mondo infantile (“Beyblade”), ma anche quello dei ragazzi (“Dragonball”) o quello adulto, spesso ponendosi domande esistenziali (“Monster”) o affrontando tematiche che da sempre tormentano la psiche umana (“20th Century Boys”, “Devilman”).

Ovviamente anche il discorso opposto, ossia un’esaltazione aprioristica dei manga rispetto ad opere fumettistiche di altre nazioni, alle quali viene attribuito una sorta di infantilismo, è totalmente campato in aria.

Altro tema “scottante” è la presunta contrapposizione tra fumetti nostrani, comics americani e manga, basata di volta in volta su premesse diverse, tra le quali il pubblico di riferimento è soltanto una goccia nel mare. Ma, al di là di alcuni tratti specifici, del tutto secondari e fortemente variabili, manga, comics e fumetti non sono che tre nomi utilizzati per indicare un medesimo referente; un’opera letteraria che, per veicolare un messaggio, si avvale sia della forza evocativa delle immagini che di quella, più indiretta ma allo stesso tempo penetrante, della parola.

I giapponesi questo lo hanno capito bene, scegliendo di designare con un unico termine, di volta in volta affiancato dall’indicazione del luogo di provenienza, ogni tipo di fumetto. La parola manga dunque non indica uno stile, un genere o un target, ma semplicemente il fumetto in quanto tale.

E proprio a tale definizione di manga si rifà questa rubrica, impiegandola, come nell’uso comune, per indicare i fumetti nipponici, ma privandola di qualsiasi connotazione diversa da quella geografica. Un “manga” sarà dunque, semplicemente, un’ opera fumettistica realizzata nella terra del Sol Levante e mostrare, attraverso l’analisi concreta di una vasta serie di tali fumetti, come non sia possibile ricorrere a questa parola in modo diverso senza cadere in errore, costituirà uno dei temi principali della rubrica.

La reductio ad unum, il tentativo colombiano di attribuire ad ogni manga esistente le medesime caratteristiche, per poi ricondurlo all’interno di un unico schema mentale, va combattuta strenuamente. E’ proprio dalle pluralità delle voci infatti che i manga, ed i fumetti in generale, acquistano il loro reale valore, che non può e non deve essere sacrificato sull’altare di una omologazione ad ogni costo.