Sono passati appena due anni dalla prima riforma del 2012, ma l’opera di islamizzazione della laicissima scuola turca procede a passi spediti. Erdogan nell’ultimo mese ha infatti messo l’acceleratore a quella che si potrebbe definire una riforma “a pezzi”, continuata giorno dopo giorno, e che sembra non fermarsi più specialmente dalla fine delle acute proteste di Gezi Park.

Iniziamo dagli ultimi cambiamenti sul vestiario, confermati solo ieri tramite decreto: piercing, tatuaggi e trucchi saranno assolutamente vietati nelle scuole superiori. Nelle scuole superiori saranno anche vietati, da ora in poi, berretti, sciarpe o qualsiasi altro indumento che possa anche solo lontanamente richiamare un simbolo politico. Sembra una legge fatta ad hoc per arginare le proteste partite proprio dagli studenti più giovani, che avranno un’ulteriore forte limitazione: saranno assolutamente vietate barbe e baffi di ogni sorta e di ogni tipo, il viso dovrà essere perfettamente pulito e visibile, senza “contaminazioni” esterne di alcun tipo.

L’unico accessorio che sarà consentito portare sarà invece il “turban”, che è sostanzialmente un velo che avvolge solamente i capelli, una sorta di burqa più leggero, che fino a ieri era completamente vietato nelle scuole pubbliche fin dal 1923 grazie alle laicissime riforme del fondatore della Repubblica di Turchia Mustafa Kemal Atatürk. Il turban, che prima di questa riforma poteva essere indossato solamente nelle scuole religiose, tornerà nelle scuole pubbliche, con una sola limitazione: anche in questo caso, sono assolutamente vietati burqa integrali o che coprano anche una minima parte del viso, in quanto il viso deve essere sempre interamente visibile.

Passiamo ora alla questione più spinosa, introdotta ad inizio mese dal premier Erdogan: lo studio del corano e della grammatica essenziale della lingua araba verrà obbligatoriamente insegnata in qualsiasi scuola pubblica (prima era solamente facoltativa, scuole religiose a parte). Sono esentate dall’insegnamento solo le scuole delle minoranze ortodosse e armene. Sorge quindi un grandissimo problema: come potranno studiare adeguatamente i profughi siriani, per la maggior parte cristiani, che non avendo i mezzi per pagare e organizzare delle scuole private saranno obbligati a frequentare le scuole pubbliche turche? Un problema a cui per il momento non è stata data alcuna seria risposta, nonostante il grande eco che esso ha suscitato sia in Turchia che a livello internazionale.

Nicola Donelli