L’esito della direzione PD, le concessioni alla minoranza non-renziana del partito, la difficile intesa con NCD e l’ipotesi mai troppo nascosta di una stampella forzista. Questi i delicati equilibri intorno all’approvazione della legge delega sul lavoro.

Sembra che la direzione nazionale del Partito Democratico, che verteva interamente intorno all’approvazione del Jobs Act, abbia da una parte contribuito a un riavvicinamento con l’opposizione interna dei vari D’Alema, Bersani e Civati – che tuttavia non può definirsi ancora risolto in un accordo – e dall’altra abbia sparigliato le carte in gioco nella maggioranza di governo, rappresentata dagli equilibri col Nuovo CentroDestra di Angelino Alfano.

Piccoli progressi intorno all’estenuante battaglia sull’articolo 18, fra questi la possibilità di reintegro o indennizzo negli ingiustificati casi di licenziamento disciplinare, da affiancare a quello discriminatorio, che tuttavia non sembrano poter garantire la solidità di una votazione compatta nell’aula del Senato, dove verosimilmente la legge approderà a partire da martedì prossimo, dopo aver beneficiato di alcuni giorni di riflessione e contrattazione.

Resiste dunque una fronda interna al PD, se è vero com’è vero che il senatore Corradino Mineo a caldo ha dichiarato, in un’intervista concessa in esclusiva al nostro sito, che “sull’articolo 18 quella di Renzi è tutta fuffa”, sebbene le posizioni di alcuni siano diventate più concilianti, e quantomeno disponibili a una mediazione; ma la quadra che il premier dovrà tracciare è tutt’altro che semplice, dal momento che le novità emerse in direzione sembrano non piacere all’alleato di governo NCD. E si fa dunque strada la possibilità che, alla fine, si decida di ricorrere alla fiducia. Lo lascia intendere il senatore dem Luigi Zanda, capogruppo dei suoi, parlando di “emendamento del governo”; non sembra invece dello stesso avviso Maurizio Sacconi, che presiede la Commissione Lavoro al Senato e che fa capire a chiare lettere che tali emendamenti “Non potranno essere la mera traduzione dell’ordine del giorno del PD, in quanto tutte le modifiche devono essere concordate con il relatore, che sono io e che com’è ben noto ho le mie opinioni”.

Insomma, la partita è ancora aperta e gli equilibri si prospettano quanto mai delicati e instabili. Renzi sembra pronto a tirare dritto, anche a costo di causare una crisi di governo: scenario per nulla gradito al Presidente Napolitano, che sul tema si mostra guardingo e professa cautela. Tornare alle urne non è nemmeno lontanamente ipotizzabile, e così si continuerà a lavorare sottotraccia per cercare di non scontentare nessuno.

Non è da escludere del tutto neppure l’ipotesi della stampella forzista. Difficile da stabilire, finché non si potrà ragionare su un testo scritto, ma le impressioni attuali sono discordanti: una parte di FI non è per nulla contenta della piega che il Jobs Act sta prendendo. “Riforma del lavoro? Tanto rumore per nulla. E intanto i giovani disoccupati aumentano”, twitta Giovanni Toti. Ma l’opposizione potrebbe non rivelarsi così dura. Questione di equilibri, anche qui, tutti interni a Forza Italia, con l’ala meno moderata impegnata a riprendere quota e divincolarsi dalla morsa asfissiante dei filo-governativi di Denis Verdini: perché i numeri del governo potrebbero saltare, e un soccorso forzista al Jobs Act significherebbe crisi. Berlusconi vuole vederci chiaro, visto l’autunno nero dell’economia prospettato dal ministro Padoan e da alcuni sondaggi che delineano la popolarità di Renzi in lieve calo.

Emanuele Tanzilli