La proposta avanzata da Matteo Renzi di trasferire parte del TFR immediatamente in busta paga, per fornire ulteriore slancio ai consumi, incontra le forti perplessità dei sindacati, di imprese e di artigiani. Disponibili a un accordo, invece, le banche.

Come rilanciare i consumi e fornire ossigeno ad un’economia asfittica? Se lo chiedono in molti, dal ministro Padoan che preannuncia un autunno nero al premier Matteo Renzi, che già con l’intervento straordinario sull’IRPEF si fregia di aver fornito 80 euro in più al mese a 10 milioni di famiglie. Una misura che, purtroppo, non è bastata ad invertire la spirale negativa ribassista di inflazione e consumi, e ad allontanare le preoccupazioni per la tenuta del tessuto economico e sociale del Paese.

Così, nel giorno in cui la Francia annuncia di non voler rispettare i vincoli imposti dall’austerità europea almeno fino al 2017, per perseguire politiche espansive, in Italia invece prende corpo la discussione sull’inserimento di parte del TFR in busta paga. “Il TFR così com’è esiste praticamente solo in Italia”, dichiara Renzi, che conta di poter traslare ai lavoratori un centinaio di euro in più al mese, da aggiungere agli 80 del decreto IRPEF. La proposta incontra immediate le perplessità dei sindacati, compatti come di rado in questo periodo, a partire dalla lotta alla cancellazione dell’articolo 18. Secondo Cgil, Cisl e Uil, sottrarre risorse liquide alle aziende in un momento di stretta del credito potrebbe comportare ripercussioni disastrose.

“Nessuno dica che si stanno aumentando i salari dei lavoratori: quelli sono soldi dei lavoratori, frutto dei contratti e delle contrattazioni e non un’elargizione del governo o un nuovo bonus, altrimenti siamo alla disinformazione”, dichiara Susanna Camusso. Sono tante le preoccupazioni, dalla paura di ricadere negli slogan elettorali alla tenuta del sistema previdenziale (parte dei fondi per il TFR è infatti versata dalle aziende all’INPS). A questo andrebbe aggiunta la differenza di trattamento fiscale, come sottolinea Anna Maria Furlan della Cisl: “Basta speculazioni sul lavoro, il TFR è meno tassato dello stipendio, non vogliamo che in questo modo i lavoratori paghino più tasse anche su quello”. Dello stesso avviso anche la Uil, attraverso le dichiarazioni del suo leader Luigi Angeletti: “Capisco l’esigenza di dare qualche euro nelle tasche degli italiani per rilanciare i consumi, ma non è quella la strada, bisogna continuare a ridurre le tasse sul lavoro”.

Intanto il Governo ci pensa, e le ipotesi sul tavolo non mancano, prima fra tutte quella di un sostegno dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana, alle piccole imprese per fronteggiare la diminuzione di liquidità attraverso l’erogazione di finanziamenti provenienti dalla BCE. Si registra l’apertura dell’a.d. di Unicredit, Federico Ghizzoni, sul tema: “Se tutti sono d’accordo che valga la pena farlo, le banche non possono tirarsi indietro”.

TFR sì, TFR no: una cantilena destinata a risuonare ancora a lungo, almeno finché le idee non si saranno schiarite e le fumose ipotesi non diverranno proposte di provvedimenti concreti. Alle piccole imprese di certo l’idea non piace, tanto che il presidente del CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato, Daniele Vaccarino sottolinea che “Per come è stata posta in questi giorni, la proposta rappresenta un costo improponibile per le aziende”.

C’è da scommettere che non mancheranno polemiche e battaglie di campo, se anche sull’argomento la minoranza del PD non sembra essere particolarmente d’accordo. Soltanto un paio di giorni fa, Stefano Fassina aveva dichiarato, intervenendo alla trasmissione Omnibus su La7, che “Quando si comincia a parlare di TFR in busta paga significa che si è alla disperazione”.

Emanuele Tanzilli