Un ecosistema chiuso, in perenne movimento per preservare se stesso, corre in una direzione e un percorso obbligati perché sono gli unici che ha davanti: è il treno che trasporta gli ultimi superstiti dopo il congelamento della Terra, una riproduzione in scala ridotta della gloriosa civiltà umana chiusa nelle pareti che si è costruita per proteggersi dal mondo esterno. Un mondo che, nella sua maestosità di natura vincitrice sull’uomo, ha riportato gli ex-dominatori del pianeta alle loro dinamiche sociali di base, non più ingentilite dal benessere e dalla diplomazia legate alla vita precedente.

La storia che Bong Joon-Ho racconta comincia con ciò che queste premesse invitano ad aspettarsi: una rivoluzione. Si mira a distruggere il sacro Ordine a cui un’indottrinata e servile Mason (l’eclettica Tilda Swinton) inneggia come alla sola divinità a cui non si può non sottostare. Ognuno ha un suo posto, e muoversi da lì comporta il disfacimento di tutto. Ma la rivoluzione è un inganno, la valvola di sfogo che il sistema concede alla miserabile folla di passeggeri di coda per poterne inglobare il potere distruttivo e trasformarlo in energia vitale atta a salvaguardarsi; essa è una dose di speranza che il conducente (Ed Harris) inietta nei passeggeri più poveri per rinforzare le sbarre della gabbia in cui sono rinchiusi.

Il solo scopo di chi ha il controllo del treno è mantenere intatto l’ecosistema: la vera rivoluzione allora non è scuoterne le pareti e rimanere però al suo interno; è uscirne. Primo fra tutti a non capirlo è il leader della rivolta, Curtis, opportunamente interpretato dal poco espressivo ma fisicamente imponente Chris Evans, in effetti azzeccato per la parte di chi è cieco a tutto ciò che è fuori da un sistema che pensa di combattere, ma in cui invece non fa che ricoprire il ruolo assegnatogli, diventandone l’organo necessario a rigenerarsi. Accanto a lui gelano invece gli sguardi molto più consapevoli dell’abitualmente penetrante John Hurt e di Song Kang-ho, fedele al regista che lo aveva già scelto per film come Memories of a Murder.

Bong Joon-Ho ha intriso delle simbologie a cui l’Occidente è sempre più disabituato una pellicola affilata e glaciale che accelera precipitosamente verso la sua fine logica e per nulla favolistica, senza preoccuparsi molto di renderla semplice da assorbire, e concedendosi un’azione spietata, sanguinaria quanto rituale, che, lungi dall’essere fine a se stessa, ferisce chi guarda e lo avvinghia a sé, alla sua natura di lotta atavica.

Nelle vesti di fantascienza postapocalittica dalle tinte invernali e metalliche, Snowpiercer descrive da una certa distanza il treno su cui, nel presente, viaggiano uomini che non guardano fuori dal finestrino. La rivoluzione che può cambiarci è quella che vuole dare un nuovo assetto al sistema, o quella che scardina la vita dell’uomo civilizzato da tutto ciò che conosce per portarlo fuori da ogni schema prestabilito, da ogni ecosistema controllato, da ogni binario già costruito?

Chiara Orefice