Come ben sappiamo, la situazione internazionale, specie in Medio Oriente, è pericolosa e densa di conflitti, eppure, tutto ciò, non riesce a smuovere le quotazioni del barile.
Il prezzo del barile, infatti, non è più condizionato dai conflitti, che, comunque, vedono i contendenti stare ben attenti alle raffinerie che possiedono, visto il denaro che guadagnano, ma da politiche diverse, per lo più di mercato.

La strategia dell’Arabia Saudita

Per questo la strategia adottata dall’Arabia Saudita, secondo gli analisti, non deve provocare troppe sorprese:
infatti, con le quotazioni del barile del petrolio nel Brent ai minimi da due anni, si poteva pensare che l’Arabia Saudita tagliasse la produzione, per alzare di nuovo il prezzo, ma, invece, hanno scelto di tagliare il listino delle forniture di greggio ai clienti.
Questo, secondo gli analisti, fatto per mantenere la propria fetta di mercato, facendo temere che possa accadere quanto avvenne nel 1986, ovvero l’ “oil crash”, una operazione che, provocata dall’Arabia Saudita stessa, fece abbassare il prezzo del barile fino ai 10 dollari, per riconquistare quote di mercato.

La reazione del mercato

Il mercato, ovviamente, non ha aspettato e ha subito reagito: il Brent e il Wti hanno raggiunto risultati minimi che non si vedevano da molto tempo, come i 91,55$ a barile, il minimo da giugno 2012 del primo e sotto quota 90$ per il secondo, per la prima volta da un anno.
L’Arabia Saudita, già da quattro mesi, comunque, sta offrendo il suo gregge con prezzi scontati, facendo sospettare quindi molti analisti che essa voglia difendere le quote di mercato, anche a costo di sacrificare i margini del profitto.

Gli avversari dell’Arabia Saudita

Gli avversari principali, alla fine, sono quelli dei sempre: Iran e Iraq, che riforniscono Cina e i paesi asiatici e, forse, anche gli Stati Uniti che, a dispetto del divieto di esportare greggio, forse lo stanno facendo.
L’export americano, infatti, ha superato i 400 mila barili al giorno durante luglio verso il Canada, il quadruplo rispetto all’anno prima e, secondo gli analisti di Citigroup, potrebbe arrivare a un milione di barili al giorno a metà 2015, inviando anche verso l’Asia.

Ipotesi future alla mossa dell’Arabia Saudita

Il problema più grande, però, non lo soffrirebbe l’Arabia Saudita, che, alla fine, sarebbe capace di tenere duro a un’ulteriore caduta delle quotazioni del greggio, ma altri paesi, come la Russia, dove la banca centrale starebbe studiando un eventuale caduta del prezzo a 60$ del barile, evento che devasterebbe l’economia russa.
Inoltre, se, per caso, il calo fosse prolungato e vi fosse un sostanziale equilibrio anche solo a 60-70$, guai seri spunterebbero a molte società petrolifere americane, specie quelle che si occupano di shale oil e offshore.
Il Venezuela, insieme ad altri paesi produttori di petrolio del Medio Oriente e dell’Africa, poi, potrebbero avere gravissimi problemi, con il primo ormai vicino al default, con la necessità di avere le quotazioni superiori ai 100 $ al barile per sostenere i bilanci statali.

Fabio Scala