“ma sai parlà sul è reat, è retat è 5 a matin?”

Comincia così la canzone “Nun me parla’ è strad” dei Co’ Sang, duo formato da Nto e Luche’, rapper napoletani provenienti dalla Periferia Nord di Napoli. Ma non sono loro l’oggetto del debutto della mia rubrica, tanto meno la loro canzone, anche se meriterebbero per i loro testi un articolo a parte. Lo voglio sottolineare perché io ho passato la mia infanzia nei quartieri popolari di Napoli, come tanti amici e compagni, nonostante abitassi ufficialmente in provincia, a Casoria.

La mia rubrica si chiama “Disarmato – le opinioni di un giovane precario in fuga”. Sono un precario di 23 anni, sono cresciuto con il mito del self-made man, con il mito dell’imprenditoria buona e del comunismo violento, della sinistra cattiva, di Fini che difende lo Stato e Bertinotti che faceva, secondo l’opinione pubblica, cadere i governi. Ho messo tutto in discussione, per fortuna.

Ma questa rubrica non è il mio curriculum vitae. Perciò, oltre all’introduzione già fatta, parliamo di cose serie. Nasco, vivo, cresco a Napoli. La città più discussa di questo maledetto Paese. Raccontarla è un’impresa titanica e non è questo il mio obiettivo, vorrei parlare di quello che sta accadendo, però, alla città. Parlo dell’opera mediatica di discredito, parlo di sputtanapoli, potenziata pesantemente dopo gli ultimi avvicendamenti: il giovane Ciro, il tifoso del Napoli ammazzato ferocemente da un fascista ultras romano, il caso Bifulco, la Napoli violenta di Gomorra, i servizi televisivi che inquadrano i ragazzi senza casco, i servizi sul caffè e sulla pizza, il sindaco sospeso.

Io vorrei porre una domanda a chi sta leggendo: chi è che sta guadagnando in questo gioco al massacro? Siamo rappresentati come un peso sul groppone dell’Italia, una macchietta simpatica, o’ sole e o’ mandulin, a’ drog, Scampia e Gomorra. E’ vero? Io ho questa sensazione, noi non siamo mica la città imprenditoriale che è Milano, certo, perché del Sud Italia parlano tutti, ma voglio dire una cosa: quando l’Italia ha dovuto speculare e guadagnare ha ben sfruttato le risorse campane.

L’azienda Italia ha utilizzato parte di strati della borghesia e della camorra per allargare i propri tentacoli e collaborare nel senso coloniale del termine. Siamo stati ostacolati al cambiamento: lo Stato è uno dei primi colpevoli del disastro sociale. Lo dice lo stesso pentito Iovine in una sua dichiarazione ai magistrati: “Lo Stato sapeva tutto, ma non ci fermò”.

Ho avuto l’opportunità di viaggiare parecchio, questo è un bene, perciò sono un giovane precario in fuga. Sono in fuga da tutto, da me stesso in primis. Mi è capitato, fuori da qui, di parlare con tante persone che pensano che a Napoli si viva come se fossimo calati in un contesto da Far West.

Ma né io, né alcuna persona che frequento ha mai avuto una pistola nella fondina. E non l’ha mai avuta nemmeno la stragrande maggioranza dei napoletani. L’Italia pensa che siamo tutti criminali, secondo un italiano e i suoi luoghi comuni la giornata ordinaria di un napoletano è una scena di Gomorra: case popolari, macchine scintillanti, droga, gente sui motorini senza casco e sparatorie in strada. Ma è anche: sfogliatella, pizza e babbà. Non è così, amici cari.

Ma se volete conoscere la realtà, quella vera, però, che è amara, la posso anche raccontare, non è un problema visto la vostra passione per il noir. Nella nostra periferia non esiste una linea di confine tra legalità e camorra. Come potrebbe esistere in una regione che ha conosciuto lo Stato Italiano per l’ordine e la disciplina imposta dalle forze dell’ordine e non per gli investimenti, per i servizi, per il lavoro, per la qualità della vita e per il reddito? Non c’è alcun confine, se non quello della metropolitana della Linea 1.

Io odio la camorra, ma essa non è un fenomeno da baraccone, è una cosa seria ed è uno strumento di dominio coloniale a cui lo Stato ha dato le chiavi dei nostri quartieri. Non si può raccontare di quanto è bella la legalità se lo Stato con le sue scelte politiche ed economiche ha condannato una parte del suo territorio al sottosviluppo. Non si può vivere con un senso civico quando l’Italia toglie il lavoro e disloca le fabbriche verso il nord, negando la possibilità di crescita economica e culturale. Non c’è collante tra stato, partiti politici e società quando si rendono le nostre periferie una discarica sociale e l’unica collaborazione avviene tramite gli appalti dati agli amici degli amici, alla chiusura degli occhi, alla gestione degli affari tra Stato e camorra. Non esiste alcuno Stato quando l’imprenditoria collusa con la camorra distrugge il settore agroalimentare e le nostre eccellenze. Perciò, caro amico che leggi, perché non cominci a denunciare questo? Forse perché è scomodo?

Ma sai parlà sul è reat, è retat è 5 a matin, hogan interactive, cagnem stu pacchettin, ma che dic?.

Luca Mullanu

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Lavoratore precario nel settore del turismo, appassionato di politica sin dalla nascita. Fondatore e ideatore di Libero Pensiero online, insieme ad Emanuele Tanzilli. Cuore a sinistra, contribuisce alla crescita della FGCI, di cui era anche Segretario Provinciale di Napoli. Attualmente senza casa politica, come tanti e tante di sinistra che non si riconoscono più in nessun soggetto organizzato. Un libero pensatore: scrive praticamente da sempre. Da ragazzo, come tantissimi altri, avvertiva il peso delle ingiustizie della società: voleva cambiare il mondo e ha cominciato ad impegnarsi durante i primi anni di Liceo. Ha sempre odiato le ingiustizie, tanto quanto i suoi compagni di viaggio. Non ama i dogmi, ma lo anima la voglia di discutere.