La situazione dei conti pubblici è drammatica, lo si ripete da tempo, mentre Renzi va ribadendo che il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e PIL è antiquato. Così il Governo, che si appresta a presentare e varare la legge di stabilità, le pensa tutte per rimettere in sesto il bilancio: e nelle ultime ore si fa largo un’ipotesi di reverse charge sull’IVA.

In una nota di aggiornamento al DEF, fatta pervenire dal ministro Padoan relativamente agli anni dal 2007 al 2012, si evince che l’ammontare complessivo di evasione fiscale annua, in Italia, si aggira intorno ai 90 miliardi. Di questi, l’imposta più evasa è senza dubbio l’IVA, per un valore annuo di circa 40 miliardi. Numeri di non poco conto, particolarmente in un contesto economico globale nel quale si affastellano come in una cantilena da incubo parole quali rigore, austerità, manovre correttive.

Se da un lato, pertanto, il Governo italiano prova a spingere ed accelerare per un mutamento delle politiche comunitarie più sensibili alla crescita e allo sviluppo, dall’altro quel “fastidioso paletto” del 3% fissato dai trattati di Maastricht va pur sempre rispettato, come ripetuto dallo stesso Renzi in molteplici suoi tweet.

E allora, con una legge di stabilità da varare entro il mese di ottobre, ecco trovare spazio un’idea, nemmeno tanto peregrina, di intervento radicale sull’IVA, per consentire un recupero almeno parziale di quei 40 miliardi annotati senza dubbio in rosso sul rapporto di Padoan. Si tratta del meccanismo di reverse charge, una sorta di inversione di ruoli, una piccola rivoluzione copernicana nel mondo selvatico della fiscalità.

In breve: l’IVA, o Imposta sul Valore Aggiunto, viene attualmente versata da colui che vende tramite emissione di fatture e scontrini. Un sistema, come ben noto a tutti, facilmente suscettibile di storture e raggiri, dalla mancata emissione degli scontrini all’emissione di fatture in serie attraverso società-fantasma (le cd. “cartiere”) che scompaiono all’improvviso. Ebbene, l’inversione del meccanismo consentirebbe di versare l’IVA non più a colui che vende, bensì a colui che acquista, tramite una sorta di auto-fatturazione che scongiurerebbe buona parte di quei problemi di moral hazard per un semplice fattore di convenienza: chi acquista, infatti, ha tutto l’interesse di veder riconosciuto il proprio esborso, scontando così l’IVA a credito dalle sue imposte.

Occorre però andarci cauti, come sempre quando si interviene in materia fiscale; poiché il reverse charge, di fatto, snaturerebbe la funzionalità originaria dell’IVA andando a creare problemi in sede comunitaria. Giova ricordare che una proposta simile, avanzata dalla Germania nel 2006, giace tra la polvere a Bruxelles proprio per l’opposizione di vari Stati membri tra cui la stessa Italia. Pertanto, appare plausibile un suo utilizzo soltanto in determinati settori, quali quello delle operazioni intermedie, oppure a quello dei servizi alle imprese, e soltanto per un limitato arco di tempo. L’idea riscuote il placet di Palazzo Chigi, impegnato come dicevamo prima in un’affannosa corsa al reperimento di risorse, come confermato da Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi, e si inserisce in una serie di interventi sull’evasione fiscale allo studio del nuovo direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlando, quali la fatturazione telematica e l’addio al redditometro.

A conforto dell’ipotesi, un’analisi condotta dal NENS (l’Associazione “Nuova Economia Nuova Società), fondata dall’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco in collaborazione con Pier Luigi Bersani, che stima il gettito recuperabile dal meccanismo di reverse charge in 2 o 3 miliardi immediati, in 14 miliardi se applicato all’intero settore del commercio, e addirittura in 27 miliardi se applicato a pieno regime. Cifre aleatorie, che non potrebbero essere contabilizzate per via della loro natura ipotetica, ma di certo non irrilevanti.

L’unico rischio, detto delle titubanze europee, potrebbe essere rappresentato dalle operazioni finali di vendita al consumatore: nel momento in cui si arresta il ciclo degli scambi, infatti, non c’è più la possibilità materiale di applicare il metodo (per intenderci, una massaia che entra in un negozio di alimentari per comprare il pane non emette fattura), quindi l’evasione detta “di contatto” potrebbe non risentirne.

Per ulteriori info sulle misure in via di studio del Governo: http://www.liberopensiero.eu/2014/10/03/manovra-in-arrivo-i-possibili-tagli/

Emanuele Tanzilli