Cari lettori, buona domenica a voi e, come sempre, bentornati al brainch.

Durante l’ultimo periodo sono stato incuriosito dalla raffica sferzante di vecchi e nuovi indipendentismi, sparsi un po’ in tutta Europa. Il referendum scozzese, poi fallito, e quello catalano, attualmente sospeso, in modo particolare. C’è da sottolineare che le posizioni e le opinioni in merito non sono mai state del tutto univoche, fra chi si augurava il mantenimento dello status quo (e quando mai!), chi tifava per la liberazione dei propri fratelli (perché all’occorrenza, è risaputo, siamo tutti fratelli), chi sperava semplicemente di vedere un po’ di casino.

BrainchIo non so cosa sia meglio. Non so se sia giusto. Credo soltanto due cose. La prima, è che possa esserci autonomia pur in un contesto d’integrazione – ed è quello che mi auguro, un giorno, di vedere nell’Unione Europea, che a tutt’oggi è solo un’accozzaglia picaresca di nomi e bandiere senza coesione né identità alcuna. La seconda, fondamentale, è che per ottenere indipendenza occorra maturità.

Non è una riflessione meramente geopolitica, ci mancherebbe altro, ma può essere traslata in quest’àmbito senza troppe difficoltà. Infatti, sulla scia di scozzesi e catalani, ho pensato ai padani: vi sembrano maturi per l’indipendenza? Gente che si presenta in riva al Po vestita di verde come un ubriacone il giorno di San Patrizio, mettendosi a cantare Va’ Pensiero e decantando le lodi di una storia mai esistita? Voi la lascereste una nazione in mano a Renzo Bossi? Rabbrividisco.

Ma non solo i padani, beninteso. Qui a Napoli, ad esempio, sono parecchi i nostalgici borbonici, che rimpiangono i bei tempi andati ed esulterebbero nel veder ripristinata la vecchia dinastia delle Due Sicilie.

Ora, tralasciando l’evidente anacronismo per cui potrei quasi azzardare paragoni scomodi, tralasciando i due secoli di rivoluzioni, trasformazioni, guerre e cemento che sono intercorsi, mi domando se mai Napoli possa avere quella maturità di cui dicevo prima, quella maturità che la sappia rendere indipendente.

Certo, in Italia non ci hanno mai trattato granché bene; è pur vero che ci abbiamo messo del nostro. Siamo la città del sole, del mare, del Vesuvio, del mandolino, della pizza e delle sfogliatelle. Siamo la città dei furbi, dei delinquenti, della camorra, delle vittime innocenti, della munnezza, dei roghi tossici. In parole povere, siamo la città degli stereotipi.

È complicato, sapete, difendersi dalle manipolazioni mediatiche e dalle speculazioni politiche, che pure ci vengono scaraventate contro con incrollabile costanza quotidiana. C’è il ragazzino ucciso da un detrito, un altro ucciso da un carabiniere, c’è la Terra dei Fuochi, la rivoltella impazzita che spara senza prendere la mira, il sindaco sospeso (come il caffè) ma che non si dimette, e cosa ne sarà dell’area metropolitana, e la metropolitana su cui muoiono operai, le facce tristi piegate dall’ombra stantia dei vicoli in cui non passa mai la luce, le rughe stanche intorno agli occhi grigi d’insonnia, di paura, di solitudine. C’è il gusto mai sopito d’andar controcorrente, anche a costo di andar contro sé stessi; quel gioco infantile di non prendersi mai troppo sul serio, di credere a tutto e non credere a niente, la voglia matta di crogiolarsi nelle pianure apriche dimenticandosi del tempo, incuranti della vita che avanza e lascia solo oblio dietro di sé.

Napoli
Napoli – Illustrazione di Fabio Barilari

Napoli è un’eterna bambina, con grandi e luminosi occhi azzurri, che riflettono la schiuma che s’infrange sugli scogli in un lieve tremito di commozione; ha il viso sporco di polvere e terriccio, i capelli sparigliati dalla brezza e labbra pallide di riso. Napoli ha una gioia malinconica nel cuore e un contagio rosso di allegria sotto le unghie, al lieve tocco della mano. Corre a perdifiato senza sapere dove andare, fino a rompersi il respiro in un singhiozzo, come scappando dagli incubi della notte, quelli che esistono soltanto fino al sorgere del sole e poi si spengono nell’alba come un ricordo lontano, dissipato.

Napoli è una ragazzina insolente che vivrà per sempre nelle fotografie in bianco e nero, quella di cui nessuno ricorda mai il nome, ma su cui tutti puntano lo stesso, per istinto, lo sguardo. Una parola del colore della cenere, si stacca dalla sigaretta e va a cadere tra le carte e le siringhe, strappata via dal vento indifferente. Sa ridere e scherzare di tutto, anche della sua miseria, ma ridiventa cupa e tetra se le si parla del mondo degli adulti, una dimensione irreale che appartiene forse ad altri universi, un vuoto di coscienza che fa più paura della morte. Ecco che allora volta il naso e il mento, e fugge via in una piroetta di capelli d’onice.

Napoli è una figlia selvatica del paradiso, sfuggita via dal cappio dell’omologazione e smarrita nei sentieri tumultuosi del progresso. Veste lo stesso abitino rammendato e inciampa allo stesso modo negli strappi senza cuciture, senza curarsi di chi osserva con sadico disprezzo e sfoga nella derisione i suoi cliché.

In fondo ha vissuto sempre sola, un po’ come le pare, con l’ingenua avventatezza di chi cerca di convincersi di non aver bisogno di nulla, ma in realtà soffre tremendamente la mancanza di una mano amica, una carezza disinteressata, una frase gentile di comprensione. No, io non credo che sia pronta a crescere; e probabilmente non lo sarà mai. In fondo, chi lo è mai per davvero?

Ringrazio Fabio Barilari, autore delle splendide illustrazioni che trovate nell’articolo, invitandovi a visitare il suo blog a questo indirizzo: www.fabio-barilari.blogspot.com

Quanto a me, se lo desiderate, potete inviarmi riflessioni, considerazioni, consigli e suggerimenti a: ilbrainch@liberopensiero.eu

A tutti voi una buona giornata, e arrivederci a domenica prossima.

Emanuele Tanzilli

 

Napoli
Napoli – Illustrazione di Fabio Barilari