Lo scontro interno al PD sembra acuirsi con il passare delle ore: critico verso la segreteria del Partito Democratico non solo Gianni Cuperlo, sfidante di Matteo Renzi alle scorse primarie e riconosciuto esponente di rilievo della fronda ribelle, ma anche Matteo Richetti, uno dei primi sostenitori del segretario.

Cuperlo annuncia che terrà una manifestazione a Febbraio denominata “Leopoldo”, dal nome dell’albergo ove si riuniranno coloro che vorranno parteciparvi. Non ha precisato quale sia l’obiettivo che si intenda perseguire con tale azione, né tanto meno perché bisogna attendere quattro mesi per dare attuazione al progetto: probabilmente si spera di avere per allora un più forte radicamento nel territorio, per minacciare, con i numeri del tesseramento o con la partecipazione ad altre iniziative che si terranno, una scissione paventata ma di difficile realizzazione, e conseguentemente convincere il segretario a modificare la linea politica sino ad ora seguita.

Matteo Richetti, invece non sposa la tesi di Cuperlo, né ha annunciato di appoggiare la fronda ribelle i cui esponenti, da renziano convinto, ha criticato e combattuto, ma lancia dure critiche al suo amico. Sull’articolo 18, Richetti sembra chiedere un ritorno alle origini, ovvero una realizzazione del progetto Ichiniano: riscrivere lo Statuto dei lavoratori integralmente con dei principi certi, ma riportando al centro il lavoratore che è anche proprietario dell’impresa (citando La Pira).

Negativa, secondo l’esponente del PD, la gestione del dibattito sull’articolo 18: inutile e vago. Critico anche sulla questione TFR: un governo che struttura la sua azione sulla base di mille giorni non può fare un annuncio che viene ritirato il giorno dopo, specie se non ha valutato le conseguenze delle manovre annunciate: “Quando si governa – dice – la dinamica della proposta non è ‘sparo l’annuncio, ti faccio discutere per settimane, per poi scoprire che la proposta non è percorribile’. La vicenda del Tfr mi indispettisce”. 

Indiscrezioni infatti dicono che la proposta sta venendo rivalutata dal Presidente del Consiglio a seguito delle critiche di Squinzi, che teme effetti negativi per le già sofferenti piccole e medie imprese. Ma anche la gestione del partito è oggetto delle accuse del, forse ex, fedelissimo: la bassa partecipazione alle scorse primarie dell’Emilia Romagna dimostrerebbe un attaccamento degli elettori al solo Renzi, e non al partito: “C’è un solco profondo – dice – fra il partito e i suoi elettori, colmato solo da Matteo Renzi, come se lui avesse reso credibile e votabile se stesso e non il Pd”. E poi afferma: “Un partito che non porta a votare nemmeno gli iscritti – spiega, riferendosi alle primarie – è dentro un problema enorme. In Emilia Romagna non c’è stata né la competizione, né la proposta perché gli elettori del Pd ritenessero credibili le primarie. Il partito è attraversato da funzionari che mal sopportano Renzi: quando arriva gli fanno grandi applausi, quando se ne va continuano come nulla fosse. E molti nostri elettori potrebbero non andare a votare alle regionali di novembre. Il Pd può essere il più grande nemico di se stesso”.

Tale analisi sarebbe dimostrata anche dal calo del tesseramento (considerato dalla segreteria quale un fenomeno del millenovecento). Sembra regnare il caos, ma il 40%, il successo elettorale del PD, è un forte freno ad una possibile scissione od anche ad un cambio  di marcia del partito. Certo è che non è solo la vecchia guardia ad essere delusa dal trio Guerini, Renzi e Serracchiani: bisognerà attendere la sfida, la votazione della legge delega sul lavoro, per comprendere se il dissenso si trasformerà in minaccia alla tenuta del governo o se invece si limiterà ad essere un invito a non tirare troppo la corda: l’autunno caldo è alle porte.

Vincenzo Laudani