143 milioni di elettori, 11 candidati alla presidenza della repubblica, 32 partiti in corsa, 176 candidati a governatore, 185 candidati al Senato e più di 20 mila candidati a deputato tra assemblee legislative e distretti federali: sono numeri da capogiro quelli che aprono oggi le elezioni in Brasile, quinto paese al mondo per estensione e popolazione e settima potenza economica mondiale.

Alle urne 143 milioni su 202, in un paese in cui il voto è obbligatorio dai 18 ai 70 anni, e in cui, dal 1996, si eleggono i candidati tramite un sistema di voto elettronico. I milioni di seggi sparsi dall’Amazzonia a Porto Alegre saranno da oggi teatro di una delle più interessanti battaglie elettorali della storia recente del Sud America.

Il quadro politico dei principali candidati è abbastanza eterogeneo: l’attuale Presidentessa Dilma Rousseff, leader del Partido dos Trabalhadores (PT), pare godere di preferenze stabili oltre il 40%, garantitele principalmente dagli strati meno abbienti della popolazione. Immediatamente dietro la Rousseff, un testa a testa che negli ultimi giorni ha contrapposto nei sondaggi Marina Silva e Aécio Neves, la prima esponente del PSB (Partido Socialista Brasileiro), il secondo del PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira).

I punti che giocano a favore della riconferma di Dilma Rousseff ruotano sostanzialmente attorno alla paura dei meno abbienti di vedere estinti quei programmi sociali che negli ultimi anni hanno strappato milioni di brasiliani alla soglia di povertà estrema, qualora la pupilla di Lula dovesse essere esautorata. Per ora pare che lo scandalo Petrobras, la recente recessione tecnica, e le proteste del giugno 2013 a Rio e San Paolo, non pesino in maniera compromettente sulla schiena della Presidentessa, che viene data in leggero vantaggio nonostante la prospettiva praticamente certa di un ballottaggio, in programma il prossimo 26 ottobre.

Grafico dei sondaggi secondo Datafolha
Grafico dei sondaggi secondo Datafolha

A rinforzare la figura della Rousseff ci ha pensato anche la contraddittoria campagna elettorale messa in atto da Marina Silva, afrobrasiliana ambientalista, nativa delle colocação di Rio Branco, nel cuore dell’Amazzonia. Controverso è il rapporto che lega la Silva al suo elettorato, mediamente più trasversale rispetto a quello della Rousseff, che abbraccia tanto alcuni settori dell’alta finanza quanto le popolazioni indios del Nord-Ovest del paese. Stando a quanto descritto da alcuni media brasiliani, infatti, al ruolo di paladina dell’Amazzonia e dei diritti indigeni, calzerebbe alla Silva anche quello di “nemica dei gay e anti-abortista“, a causa delle sue convinzioni religiose pentecostali.

Il fatto che, secondo i sondaggi di Datafolha, Marina Silva riscuota quasi più consensi tra le classi medio-alte del paese a prevalenza bianca, che non tra le popolazioni indigene degli stati di Acre ed Amazonas (storicamente legati al Partido dos Trabalhadores), è un chiaro segno della contraddittorietà del personaggio, su cui i suoi avversari politici hanno marciato tacciandola di incoerenza ed inesperienza.

Attualmente, le previsioni portano la Silva ad un 24%, mentre ad un 21% si colloca Aecio Neves del PSDB, interprete di un centrismo da terza via e di un liberalismo sociale principalmente appannaggio di quello scarso 20% della classe alta della popolazione.

La sensazione generale è, dunque, che sarà proprio quel ceto medio che fatica a riconoscersi in uno dei tre principali candidati a determinare la vittoria finale. Gli indecisi potrebbero rappresentare, come spesso capita, un imprevedibile ago della bilancia, potenzialmente volto tanto a confermare le attuali quote della Rousseff, quanto a spostare gli equilibri verso uno dei due sfidanti. In un paese di quasi 202 milioni di abitanti, ogni prospettiva cela un azzardo, e il futuro del Brasile, per ora, pare camminare su punte di cristallo.

Cristiano Capuano