L’anticipo del TFR sembra essere uno dei principali mezzi proposti dal Governo per rilanciare la domanda interna italiana, oltre che uno degli argomenti di discussione dell’incontro che domani il premier avrà con i sindacati. Il TFR equivale ad una mensilità, accumulata e rivalutata dall’impresa che provvede a versarlo al dipendente alla fine del rapporto lavorativo, l’accumulazione di questa indennità avviene secondo tre canali, attraverso il versamento degli importi ad un fondo costituito presso l’INPS, opzione valida per le imprese con più di 50 addetti, oppure attraverso il versamento ad un fondo integrativo o l’accantonamento in bilancio delle poste inerenti per le imprese con un numero di addetti inferiore alle 50 unità.

Mettendo da parte le riflessioni sulla natura bipolare dell’operazione, che di fatto consiste nell’anticipo al dipendente delle retribuzioni differite dal dipendente, analizziamo l’operazione da un punto di vista tecnico. L’anticipo, per come si è delineato nelle menti dei tecnici del Ministero, potrebbe essere attuato attraverso un apposito fondo di garanzia, finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti oppure dal solo comporto bancario, lasciando di fatto inalterata la contabilità delle imprese che così non si vedrebbero private di una delle fonti di autofinanziamento. Il costo dell’operazione, in termini di commissioni e di interessi sulle cifre anticipate, graverebbe direttamente sull’INPS e su CDP, ma i tecnici assicurano che il fondo avrebbe anche accesso diretto al mercato finanziario e potrebbe attingere alle risorse messe a disposizione dalla BCE.

L’anticipo dovrebbe essere corrisposto con due metodologie differenti, attraverso una distribuzione dell’accantonamento annuale (pari come già ricordato ad una mensilità di retribuzione) da poter concentrare in un’unica soluzione nel mese di febbraio, oppure distribuendo la cifra da accantonare durante l’anno con la quota mensile che si andrebbe a sommare alla busta paga.

L’operazione per ora dovrebbe escludere oltre ai lavoratori del pubblico impiego, gli oltre tre milioni di dipendenti che dal 2007 hanno destinato il loro TFR a trattamenti pensionistici integrativi e tutti i dipendenti delle aziende con più di 50 addetti poiché, salvo modifiche dell’ultima ora, il Tfr rimasto in azienda è conferito al Fondo di Tesoreria dell’Inps e sembra non svincolabile da questa destinazione.

Perciò le stime sul flusso di retribuzioni differite nel tempo variano dai 21 miliardi, stimati dalla Fondazione studi dei consulenti di lavoro, ai 27 miliardi stimati dal Ministero e, ipotizzando una retribuzione mensile di 1500 euro, potrebbero portare in busta paga, nel caso il dipendente optasse per il bonus mensile, dai 50 (ipotesi di Tfr erogato al 50%) agli 82 euro (ipotesi Tfr erogato al 100%), il “bonus” avrebbe natura straordinaria e sarebbe assoggettato ad un trattamento fiscale agevolato, oltre a non incidere sull’inquadramento del dipendente nelle fasce di contribuzione Irpef, generando per le casse dello Stato entrate aggiuntive comprese tra gli 1,5 ed i 5 miliardi.

Va sempre ricordato che questo bonus non si realizza in un aumento dei salari, ma si configura come un prestito che il lavoratore fa a se stesso, anticipando ad oggi il godimento di una futura indennità, con un’iniezione di denaro che rischia di compromettere ulteriormente gli equilibri pensionistici del paese e di condannare al disagio economico le future generazioni di pensionati.

Marco Scaglione