"Novalis"
“Novalis” – di Friedrich Eduard Eichens

Oltre la morte si stende un universo di notte infinita da cui origina incessantemente la vita; la consistenza metafisica della notte, opposto concorde intessuto di luce, reale ed eterna, abbraccia in canti di gioia il poeta, trafitto dal dolore più grande, sulla tomba dell’amata, trasfigurandone l’essenza. Novalis (pseudonimo di Friedrich von Hardenberg, Schloss Oberwiederstedt, 1772 – Weißenfels, 1801) rinasce nell’istante in cui si china a contemplare la morte della fidanzata e scopre il mondo interiore, eterno, noumenico.
Nato in una nobile famiglia tedesca, Novalis studia a Jena e a Lipsia, stringendo solidi legami d’amicizia con i maggiori filosofi e letterati del tempo, da Tieck ai fratelli Schlegel a Schelling, inserendosi nel movimento romantico. Fidanzatosi con la giovanissima Sophie von Kuhn, che muore adolescente, è costretto a confrontarsi con la perdita e la lacerazione degli affetti umani. Da questa esperienza nascono gli «Inni alla notte», manoscritti in versi liberi ma pubblicati in prosa ritmica, testimonianza del cammino percorso ripudiando la luce del giorno, simbolo della razionalità fredda, empirica, fine a sé stessa; affidandosi unicamente al sentiero illuminato dalla luce della luna, intuitivo, analogico, quintessenziato di un’“altra luce”, al contempo Sophie e saggezza divina, che penetra in sempre più alti livelli di consapevolezza l’anima del viandante.

Il tumulo divenne una nube di polvere – attraverso la nube io vidi le fattezze trasfigurate dell’amata. Nei suoi occhi posava l’eternità – afferrai le sue mani, e le lacrime divennero un vincolo scintillante, inscindibile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d’estasi per la nuova vita.

(«Inni alla notte», III)

Negli Inni l’oscurità si carica di tensione e consistenza, luce ignota agli occhi che trapela dal mondo dell’essenza, del noumeno, alterando il consueto corso dello spazio e del tempo, relegando la fredda realtà del giorno al fenomeno, all’apparenza, all’illusione – alla caducità ed all’impermanenza del quotidiano. L’approccio intuitivo alla natura e il disvelamento delle correlazioni tra le anime così come tra anima e mondo dispiegano il tessuto dell’universo, la presenza plasmante dello spirito crea, forgia, abolisce incessantemente i limiti della conoscenza e della fisicità. Nel cammino attraverso la Notte, sonno e vita coincidono.
Il Sogno è la porta principe della conoscenza; un mondo in cui Novalis si muove solidamente e con presa sicura: “da allora sento una eterna, immutabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l’amata”.

La presenza onnipervadente di Dio rivelandosi costantemente crea l’universo, interiore prima che esteriore; l’intero mondo non è che l’esperienza poetica dell’esistere e la poesia il canto che accompagna la vita. È un “dio bambino” quello che si rivela “sull’altare maggiore del presepe”, è un’infanzia senza fine la saggezza eterna. Nei «Canti spirituali» sono celebrate la perfezione e la purezza del Cristianesimo attraverso una resa plastica, musicale e leggera; grazie all’utilizzo sapiente della lingua, aliena dai tecnicismi, viva e vitale, di una semplicità polita ed elegante.

Una prosa più ampia, tersa, pulita, si dispiega ne «La Cristianità o Europa», testo singolarissimo, saggio in forma di fiaba e discorso omiletico che trascende la Storia narrata. Dagli inizi del Cristianesimo e del suo radicamento nella viva carne dell’Europa durante il Medioevo alla caduta dovuta alla Riforma prima, all’Illuminismo poi, emergono per il loro nitore edifici splendidi, simili a palazzi di cristallo fra distese di neve, che azzerano l’orizzonte degli eventi e divengono il fulcro e il centro dell’esistente. Il Cristianesimo, il Medioevo, la Chiesa incorrotta sono dipinti coscientemente per quanto rappresentano eternamente; non per ciò che sono stati storicamente ma per quanto sarebbero dovuti essere. Ne è eviscerata quindi l’intera potenza assolutizzante e, infine, divina.
E tale radice è coessenziale al divenire della Storia stessa, per cui quanto più è alienata, tanto più forte tornerà ad incarnarsi nel fenomeno.
Dinanzi all’ambiguità e alla ferocia guerriera, cui pure l’autore riconosce un valore (l’eroe è colui che trasforma il mondo esteriore e apparente; il poeta è colui che opera sull’interiorità e sull’essenza),  Novalis prefigura una nuova unità di popoli e intenti. La pace eterna promessa dal Cristianesimo è innanzitutto una verità intrinseca che attende solo il momento di palesarsi.
Così, è nella bellezza, nella compiutezza, nella propria intima consistenza che la parola, e segnatamente la poesia e la fiaba dimostrano la loro verità. Dinanzi all’insufficienza del reale, si mostrano sovrabbondanti di senso.
Ugualmente, in «Enrico di Ofterdingen», romanzo iniziatico rimasto incompiuto, un giovane, partito alla ricerca del fiore azzurro delle leggende, diviene egli stesso viandante all’interno della leggenda, travasando lo spirituale e il mistico sulla terra arida e risvegliandola al suo cuore – che è anche l’anima del protagonista – di assoluto avulso dalle contaminazioni del tempo e dello spazio (così Ludwig Tieck riferisce sull’esito del testo).

Nel 1801, malato di tisi, Novalis muore serenamente, mentre il fratello suona il pianoforte.

Davide Gorga