Benvenuti ad un nuovo numero di History in Making, la rubrica di approfondimento storico di Libero Pensiero. L’argomento di questa settimana, come potete leggere dal titolo, è la questione meridionale. La tesi che svilupperò nel breve spazio qui concessomi sembra controversa, ma non campata in aria.

La disparità fra meridione e settentrione dal punto di vista culturale ed economico ha le sue radici molti secoli fa; il punto di svolta per il meridione potrebb’essere collocato al momento del regno di Federico II (inizio XIII secolo), che attuò una politica centralizzatrice nel meridione d’Italia, che già da un secolo aveva visto l’importazione del sistema feudale. Il feudalesimo è, de facto, il peso ingombrante del passato che il meridione ha dovuto sopportare per secoli e secoli, e ancora ne patisce le conseguenze.

Al momento dell’unità d’Italia, sia il settentrione sia il meridione avevano avviato un processo di sviluppo industriale, ma con caratteristiche diverse. La politica della cosiddetta “Destra storica”, vale a dire la serie di governi che ressero l’Italia nei primi 15 anni di unità, fu liberista. Al centro vi era l’esportazione dei prodotti del settore agricolo e, di conseguenza, si cercò di avvantaggiare i settori agricolo e tessile.

Tale genere di politica favorì l’esportazione delle derrate agricole dell’intero paese, ma mise in crisi le industrie o, per meglio dire, alcuni settori industriali. Di fronte alla concorrenza delle industrie straniere, le manifatture meridionali andarono in crisi. Invece l’industria tessile settentrionale, sviluppata sin dal Medioevo e ben collegata coi mercati di mezza Europa, resistette e continuò a crescere.

Ebbene, verso la fine del quinquennio della Destra storica, il nuovo schieramento, la “Sinistra storica”, che nulla ha in comune con ciò che oggi definiamo sinistra, vide una grossa apertura verso l’ élite meridionale. Questa, composta soprattutto di proprietari fondiari, invece di cambiare rotta e chiedere di favorire l’industrializzazione anche al sud, non fece altro che rafforzare il modello liberista finalizzato all’esportazione di derrate alimentari, mentre al nord continuarono a nascere nuove industrie, come Breda e Pirelli. Gli stessi meridionali, insomma, preferirono continuare a puntare sul settore agricolo.

Ad inizio Novecento già si parlava di questione meridionale: Francesco Saverio Nitti aveva già fatto notare che il divario fra nord e sud si era acuito dal momento dell’unità. Mentre il nord vide anche l’emergere del Partito socialista italiano, al sud era ancora predominante l’agricoltura estensiva. E i governi Giolitti non mutarono la situazione, anzi, il primo ministro piemontese decise di puntare fortemente sullo sviluppo industriale del nord, sfruttando le condizioni migliori di partenza rispetto al sud. Salvemini, nel suo “Il ministro della malavita”, attaccò ferocemente Giolitti, reo, a suo dire, di adottare due politiche distinte nei confronti del nord e del sud: e aveva di certo ragione.

A questo punto mi si potrebbe dire che, in realtà, i meridionali non avevano scelto il loro destino, dato che nel periodo monarchico solamente una piccolissima fetta della popolazione esprimeva parlamentari. Ma, ed è il fatto più shockante, i meridionali si dimostrarono conservatori quando fu approvato il suffragio universale.

Al baronaggio si sostituì il clientelismo. La Democrazia Cristiana, dispensando posti di lavoro, garantendo appalti di grandi opere pubbliche a imprese locali, etc. creò un fortissimo legame con un territorio per altro culturalmente diverso, come detto sopra, rispetto al settentrione; i meridionali si sono dimostrati più legati alla religione cristiana e, di conseguenza, alla DC, piuttosto che all’ateo PCI.

Nonostante lo scollamento rispetto al nord, nonostante si parlasse da decenni di questione meridionale, proprio gli abitanti del sud hanno costituito il serbatoio più ricco di voti per i partiti conservatori. Al fallimento delle misure atte a riequilibrare la situazione, come l’istituzione della Cassa del mezzogiorno, non è seguito uno spostamento forte dell’elettorato meridionale dalla DC al PCI. I più critici sono sempre stati, invece, gli abitanti del centro industriale, piuttosto.

Gli abitanti del meridione, per tale ragione, hanno sempre fatto da collante, garantendo alla DC i voti necessari per avere sempre un ampio margine di distacco, rispetto al PCI, alle elezioni. E tale situazione perdura anche ora: i partiti centristi continuano a racimolare voti soprattutto nelle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie.

Sebbene avessero la possibilità di protestare eleggendo membri diversi al parlamento, i cittadini del meridione hanno da sempre aiutato a mantenere lo status-quo.

Il Direttore

Davide Esposito