La vicenda dell’acquisizione della concessione petrolifera OPL245, il più grande bacino petrolifero nigeriano off-shore con giacimenti stimati per 4 miliardi di barili, come tutti gli affari internazionali, è pregna di ingranaggi da oliare e di politici da corrompere. L’acquisto della concessione risale all’Aprile del 2011 ma già nel 2010 i pm napoletani, intenti nell’intercettazione dei contatti telefonici di Bisignani, avevano origliato una conversazione tra questi ed il finanziere Di Nardo, nella quale i due si mobilitavano per la vendita della suddetta concessione affidatagli ufficiosamente dall’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete (auto assegnatosi la concessione dietro lo schermo dell’impresa Malabu ).

Di Nardo, a conoscenza dei rapporti tra il Bisignani e l’allora amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni (quota Forza Italia), contatta il primo che lo introduce a Claudio Descalzi, attuale ad di Eni, ingegnere e project manager dei giacimenti in Nigeria negli anni ’80 ed all’epoca direttore operativo della divisione Exploration & Production di Eni. Le intercettazioni origliate a Napoli coglievano Descalzi avvisare Bisignani dell’imminente conclusione dell’affare nigeriano, con quest’ultimo che speditamente avvisava il mediatore Di Nardo. Tuttavia l’affare non era poi andato in porto a causa delle pretese avanzate sulla società Malabu dal figlio dell’ex presidente nigeriano Abacha, salvo poi concludersi il mese successivo attraverso uno schema diverso, con il coinvolgimento diretto di Eni e del governo nigeriano, il quale ha poi girato la somma ai proprietari della concessionaria.

La storia non si conclude così, perchè nel 2013 il già citato Obi vince una causa civile contro l’ex ministro nigeriano Etete, che viene obbligato da un tribunale londinese al pagamento di una mediazione di 110 dei 215 milioni di dollari incassati dalla vendita della concessione tramite il governo nigeriano.
E qui sorge il primo interrogativo, perchè viene riconosciuta una mediazione ad un affare che, a detta dei contraenti, è stato risolto direttamente dai dirigenti di Eni e dal governo nigeriano?

A complicare la ricostruzione dei fatti ci pensa il 30 Luglio Vincenzo Armanna, siciliano di 42 anni ex dirigente Eni, che in compagnia del proprio avvocato, si presenta al palazzo di Giustizia di Milano e impegnandosi spontaneamente in un colloquio di 11 ore con i pm responsabili delle indagini per corruzione internazionale che coinvolgono, oltre allo stesso Armanna, gli altri protagonisti dell’affaire nigeriano.

Nella sua ricostruzione, Armanna arriva in Nigeria nel 2009, come consulente della “Nigerian Agip Oil Company” , consigliere di amministrazione della “Nigerian LNG” e vicepresidente delle attività upstream subsahariane di Eni, nel Dicembre dello stesso anno viene contattato da Chief Akinmade, nigeriano ex dirigente della “Nigerian Agip Oil Company” ed ex assistente dell’ex ministro Dan Etete, il quale in rappresentanza di Etete propone l’acquisto del 40% di OPL245 al prezzo di 1 miliardo di dollari. Armanna immediatamente gira la proposta al dirigente Eni con cui collabora in Italia, Roberto Casula figura chiave della divisione Exploration e Production. Quattro giorni dopo la prima offerta, al Casula perviene una e-mail in cui viene fatta una proposta economicamente identica a quella presentata da Akinmade, mediatore della quale stavolta è il suddetto Emeka Obi che attraverso la società “Eleda Partners” afferma di aver ottenuto il mandato per la cessione della concessione da parte di Etete e della “Malabu”. Alla vigilia di Natale del 2009 il Casula conferma l’interesse della società e investe formalmente Obi della mediazione. Alla luce dei diversi tentativi di acquisto della concessione da parte di ENI è spontaneo chiedersi il motivo del coinvolgimento di un numero così ampio di mediatori per un affare che ufficialmente si sarebbe concluso con l’intervento diretto della dirigenza, così come andrebbe chiarito chi tra Scaroni, Descalzi e Armanna ha mentito riguardo lo svolgersi della trattativa ed ancora, a copertura di cosa sono state prodotte queste versioni discordanti sui rapporti ricorrenti tra la dirigenza di Malabu e quella di Eni.

Marco Scaglione