NAPOLI – L’Istat sta ancora elaborando le cifre definitive a livello provinciale, ma gli ultimi dati del Sistema Excelsior-Unioncamere in collaborazione col ministero del Lavoro parlano chiaro: a Napoli il trimestre luglio-settembre del 2014 è stato protagonista di una nuova contrazione del lavoro, che peggiorerà nel terzo trimestre, in cui la variazione occupazionale è negativa per 1.750 unità, perdendo 19 posti di lavoro al giorno.

Le cifre superano anche quelle del 2013, quando il saldo occupazionale complessivo si attestò sulle -1.700 unità, mentre nel 2014 alle 7.130 nuove assunzioni si contrappongono le 8.880 uscite, tra licenziamenti, contratti scaduti e pensionamenti.

Ma a Napoli il lavoro, oltre a diminuire, è sempre più precario: dei 5.400 assunti solo il 16,8% lo è a contratto indeterminato, il restante 80% è in una condizione di lavoro precario che oscilla dal praticantato ai contratti determinati, e il saldo più alto lo registriamo nei lavoratori a partita IVA e contratti a progetto. Le aziende napoletane si disfano sempre di più dei lavoratori dipendenti (che segnano un saldo negativo di 2.500 unità) mentre sono in salita le assunzioni a partita Iva, occasionali e per contratto a progetto (+780 unità).

Questi dati, oltre ad essere una chiara denuncia contro gli abusi dei datori di lavoro, sono anche un indice dell’arretramento dello stile di vita della popolazione partenopea, che ora non tocca più solo i disoccupati, ma anche tutti quei lavoratori a basso reddito precari, aumentando il fenomeno del “working poor”. Il crollo vertiginoso del potere d’acquisto non può fare altro che trascinarci sempre più in fondo a questa spirale di povertà e disoccupazione, ed in questa prospettiva tutti i giovani inattivi al momento impegnati negli studi, non possono fare altro che girare la faccia lontano da Napoli (se non proprio dall’Italia).

Camilla Ruffo