Arriva dal Fondo Monetario Internazionale l’ennesima doccia fredda sulle previsioni di crescita in Italia. Le stime congiunturali per gli anni 2014 e 2015 sono ritoccate ancora una volta verso il basso.

E mentre i big europei si riuniscono a Milano per il vertice sul lavoro, neppure da quel fronte giungono notizie confortanti. Il tasso di disoccupazione salirà nel 2014 a un nuovo massimo al 12,6%, mentre dovrebbe attestarsi l’anno venturo intorno al 12%. Tuttavia, conoscendo la facilità con cui tali stime sono soggette a revisioni, c’è da credere che il miglioramento, se pure ci sarà, rimarrà impercettibile.

Dunque ancora problemi di crescita per l’Italia, alle prese con un’eterna sindrome da Peter Pan: l’andamento del PIL si confermerà tra i peggiori in Europa, con un -0,2% a tutto il 2014 (precedentemente si parlava di un -0,1%) che dovrebbe poi diventare +0,8% nel 2015 (e non +1,1% come ci si augurava). Il calo, per onestà di cronaca, si inserisce in un contesto di generale indebolimento dell’intera eurozona: basti pensare che in Spagna e in Grecia la disoccupazione rimarrà al di sopra del 20%, e che la crescita mostra preoccupanti segnali d’indebolimento anche nei Paesi “core” quali la Germania.

Come arginare il deterioramento dei fondamentali economici? Qualche suggerimento il FMI prova a lanciarlo, e lo fa attraverso il direttore esecutivo Andrea Montanino e il capo-missione Kenneth Kang. Utilizzare i fondi europei per rilanciare investimenti infrastrutturali, anche a costo di creare debito, in una sorta di golden rule di bilancio; allentare le manovre di consolidamento fiscale in caso di persistente contesto di stagnazione e deflazione; prendere in considerazione l’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE, sull’esempio di quanto fatto in USA e Giappone.

Insomma, pare che il Fondo stia riscoprendo quelle ricette di crescita, sviluppo ed investimento che così duramente aveva avversato negli anni di esplosione della crisi, proponendo il rigore e l’austerità come unica salvezza. Un cambio di prospettiva che potrebbe apparire miope e, a dirla tutta, anche ipocrita, adesso che appare chiaro che le misure proposte finora si sono rivelate fallimentari. Ma d’altro canto, non di solo rigore si vive. E allora ecco anche giungere qualche indicazione più dettagliata sul contesto italiano: il debito pubblico, benché molto elevato, resta “sostenibile” potendo contare su un avanzo primario tra i più positivi fra le economie avanzate, secondo soltanto a Norvegia e Singapore.

Un cenno anche al Jobs Act al centro di dispute e battaglie concluse quest’oggi con il voto di fiducia posto in Senato: secondo il FMI è bene andare nella direzione del contratto unico, giacché “il contratto a tutele crescente consentirebbe alle aziende di investire maggiormente sui lavoratori”. Necessario anche insistere sulla spending review per destinare i risparmi di spesa a misure di sostegno alla crescita. Salvo imprevisti, l’Italia dovrebbe essere in grado di ridurre il rapporto fra deficit e PIL allo 0,4% nel 2019. Qualcosa di ben lontano dal rinvio di un anno del pareggio di bilancio chiesto da Renzi ma, con previsioni così fosche, c’è poco da fare gli schizzinosi.

Emanuele Tanzilli