Your time has come, è questo lo slogan scelto dalla 2k Sports per il consueto appuntamento stagionale con il gioco NBA più famoso e venduto al mondo. In copertina, per l’edizione 2k15, l’MVP della scorsa regular season, Kevin Durant.

E’ giunto il tuo tempo, difficile immaginare una scelta di parole più appropriata per descrivere il momento del #35 dei Thunder. Sicuramente ne è consapevole anche lui stesso che in questo momento, al di là di LeBron James, non vi sia all’interno del continente americano (e nel mondo) un altro giocatore dominante come lui. Nei decenni scorsi sarebbe stato quasi impossibile ipotizzare che un giocatore di 206 cm potesse giocare in qualunque ruolo che non fosse il centro, perché le partite si vincevano a rimbalzo e dunque servivano centimetri sotto canestro. Poi è Magic ha spazzato via questa convinzione, cambiando per sempre il modo di concepire il gioco. E sull’evoluzione introdotta dal leggendario #32 dei Los Angeles Lakers, Kevin Durant è senza dubbio il prodotto migliore. Fronteggiare un giocatore come KD è molto complicato, perché anche in una situazione di palla contestata, la sua struttura fisica, messa in relazione alla sua tecnica fuori dal comune, gli permette sempre di trovare una soluzione sconosciuta e impossibile da prevedere, sia che essa sia un tiro o un passaggio per un compagno.

Lo scorso anno Durant ha concluso la sua stagione regolare con 32 punti di media (solo Bryant con 35.4 e Iverson con 33, entrambi nella stagione 2005-06, hanno fatto meglio), addizionando anche 7 assist e 5 rimbalzi; ha battuto il record di quaranta partite consecutive oltre i 25 stabilito da Michael Jordan, ed è stato il primo dopo Iverson nel 2001, a conseguire il double MVP-leader punti. Eppure nonostante abbia disputato dei playoff importanti, la vittoria non è arrivata neanche quest’anno. L’America si chiede quand’è che potrà vedere al dito del ragazzo originario di Washington l’anello che rappresenta il titolo. Un’America che, in perfetta sintonia con la concezione di american dream dà la possibilità a chiunque di esprimere il proprio talento, ma che allo stesso tempo, non perdona e non lascia scampo nel caso in cui questo talento non porti a risultati concreti. Dunque già dopo la sconfitta contro i Grizzlies nelle semifinali di conference della stagione 2013, sono nate le prime critiche nei confronti di Durant, il quale peccherebbe a detta di molti, di mancanza di leadership. Gli è anche stato associato l’aggettivo loser, che in passato ha caratterizzato anche periodi della carriera di Jordan, reo di essere troppo individualista, e di Kobe e LeBron.

Il problema principale dei Thunder che ostruisce la loro corsa al titolo è sempre lo stesso: sono inscindibilmente legati al Dynamic duo Westbrook-Durant, e questo può andar bene durante la stagione regolare, quando si corricchia e il tasso d’intensità è più basso del normale, quando però l’asticella si alza (come nei playoff) una squadra che vuole vincere non può prescindere da 2 soli elementi, per quanto siano straordinari. Dunque per quanto le percentuali dei cosiddetti altri siano cresciute, quando la situazione diventa complicata, i lunghi (Ibaka e Perkins) si defilano, Reggie Jackson (prima era Kevin Martin) si nasconde e come al solito tocca al #35 cercare di vincere la partita. La mancanza di distribuzione di responsabilità è uno dei motivi per cui Thunder risultano facili da fermare quando la temperatura all’interno dell’arena inizia a surriscaldarsi. Inoltre la mancanza di un sistema offensivo, non permette loro di generare dei tiri non contestati che riducano il dispendio di energie. Finché Wes e KD non potranno riposare quanto basta durante le rotazioni senza che la squadra annaspi, sarà difficile che possano trionfare.

La data di scadenza è fissata per il 2016, anno in cui Kevin Durant potrà giocarsi la carta della free agency e sondare il mercato in cerca di possibili soluzioni migliori. Oklahoma ha ancora 2 anni di tempo per aiutarlo a mettersi al dito l’unico anello che fa più gola agli uomini che alle donne.

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Michele Di Mauro