Negli articoli precedenti abbiamo cercato di definire le cause che spingono gli uomini al ragionamento filosofico: curiosità, meraviglia – attraverso semplici citazioni dei pensatori più influenti della cultura greca. La rubrica filosofica di Libero Pensiero non sarà, per l’appunto, l’affermazione categorica o sublime di correnti idealistiche o teorie d’avanguardie storiche; ma cercheremo di sviscerare i collegamenti che tengono legati razionalità, misticismo ed attualità attraverso citazioni e rappezzi di poetica.

E per iniziare: quale argomento migliore se non la comparazione del potere sociale e governativo che veste i cittadini italiani di oggi? Possiamo barricarci nell’area nazionale attraverso l’ideale Platonico di “Repubblica”, approfondendo le caratteristiche egualitarie e libertarie esistenti nel nostro vasto territorio di contraddizioni. Prima fra tutte: quella di far eleggere un Presidente della Repubblica, che dovrebbe incorporare la saggezza stoica tipica di un autarchia popolana, e che invece regna sovrano come un monarca estrapolato dai quaderni adolescenziali di Machiavelli.

“Ci saranno buoni governatori solo quando i re saranno filosofi o quando i filosofi saranno re” citava il discepolo di Socrate. E partendo proprio dall’atteggiamento del governatore di questo nostro stato, il signor Giorgio Napolitano, possiamo definire la nostra condizione civica del tutto illegittima di tal nome: vale a dire proprio Repubblica.

I governanti costituenti le basi del paese, descritti nel libro chiave della Repubblica – seppur risultante per convenzione utopico – sarebbero i prediletti all’arte della sapienza; e attraverso la loro esperienza, vengono descritti da Platone quali unici in grado di confermare un equo senso di autorevolezza civile risultandone il buon esempio. I filosofi, inoltre, nutrono della dedizione spassionata per asservire all’onore morale e non (Pasolinianamente parlando) moralistico, che sia d’insegnamento volto all’eguaglianza per gli incolti e i tiranni – questi tra loro, e questi verso i filosofi stessi. Sono i veri primi cittadini, che caricati da innumerevoli responsabilità etiche, hanno l’onore di compiere i più maestosi atti di libertà ed indipendenza collettivizzata: un esempio? Secondo Platone, coloro i quali ricoprissero una carica del genere, in questa mitologica Repubblica, dovrebbero categoricamente affermarla per un benessere superiore, e quindi vietandone il lucro sfarzoso e sfacciato. Niente retribuzioni, niente vitalizi né immunità o bonus per i redentori educatori della patria – e non quindi, aspidi del meccanismo della mercede.

Purtroppo, attraverso queste considerazioni non possiamo fare altro che allontanarci e abbandonare lentamente l’idea di far parte di un’organizzazione socialmente comunitaria definibile Repubblica. Basti pensare alle vicende accadute in parlamento poco prima che i nostri esponenti politici si ritirassero per deliberare vacanze, nelle sedute del senato di Agosto. E dopo propagande, primarie, elezioni, ri-propagande e scambi di poltroni dorate tra Europee e Comunali (quando il popolo guardava la tv) si è arrivati ad una pseudo-proposta-compiuta di eliminazione del bicameralismo perfetto (non senza espulsioni dovute a toni diseducanti e ripicche adolescenziali da parlamento): qualcosa di cui Platone, o i suoi dialogatori, sembrano non aver mai fatto voce.

Eppure la Repubblica risuona nei suoi schemi cercando metaforica vendetta: per esser stata ripudiata alla giustizia e fatta giustifica di sogni un po’ ambiziosi; per aver dettato leggi contro restrizioni mentalmente ignobili; a causa di uomini che confondono linee tra giustizia e ingiustizia, che non badano ad un comunismo inteso quale benessere della comunità  – bensì sognano profitti autonomi a scapito del famigerato welfare  – e così da questi termini, ne restano spaesati ed impauriti; col tremito di parole che sono lame di vetrate esplose; per il solo desiderio di goderne i benefici che sfamerebbero bisogni ai poveri. E quindi, come detto da Trasimaco, affondano in una politica adempiente all’utile dei più forti:

“L’ingiustizia comanda a quegli autentici ingenui che sono i giusti [..] Parlo della tirannide, che con inganno e violenza porta via i beni altrui, privati e pubblici: e quando uno viene sorpreso a commettere un atto contro giustizia, non solo viene punito, ma riceve anche i titoli più disonorevoli: sacrileghi, schiavisti, sfondamuri, rapinatori, ladri. Ma quando uno, oltre che delle sostanze dei concittadini, s’impadronisce delle loro persone e se ne serve come di schiavi, ecco che ne viene chiamato felice e beato. Ma chi biasima l’ingiustizia lo fa non perché tema di commettere le azioni ingiuste, bensì perché teme di patirle.”

La Repubblica di Platone si fa testimonianza sconcertante di svogliatezza verso la nobile proficuità dei più, e nel corso del tempo studiato ha svariatamente subito critiche enigmatiche che sfoggiavano un bagliore inconcludente verso il comunismo, fino a diventare prassi letteraria di uno stereotipo definito “utopico”; irrealizzabile quanto pestare la luna, ai cui tempi del filosofo era scettro universale troppo distante dal tatto umano; ma nel ’69 questa meta è diventata suolo terrestre, e ad oggi l’ambizione di creare l’infinito digitale è raggiungibile, mentre, l’ideale di bene resta ancora implicato nei dogmi di inconciliabilità tra perfezione ed uomo.

Abbiamo cercato così, di smascherare le prime basi a fondo ad un progetto politico che garantirebbe l’efficienza della giustizia dei governanti verso il popolo e che per questa ragione, è veritieramente proclamato utopico. Nei prossimi numeri cercheremo di chiarire la sequenza di logicità con cui si estendono le idee dei filosofi: magari, a partire proprio dalla presenza primordiale che gli opposti giustizia-ingiustizia occupano nella società di Platone, analizzando il resoconto di creazioni umane nei confronti di grandi questioni morali.

Note: Platone, La Repubblica (Libro I, 343 – 344)

Alessandra Mincone

2 COMMENTI

  1. “non potendo far sì che sia forza obbedire alla giustizia,sì è stabilito che sia giusto obbedire alla forza;non potendo dare forza alla giustizia si è giustificata la forza” ( B.Pascal)

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