C’è solo un detto che, al momento, può fotografare la situazione economica europea alla luce delle stime di ieri del Fondo Monetario Internazionale: se Atene piange (in tutti i sensi), Sparta non ride.

Anche la Germania, vera locomotiva del continente, ha rallentato in maniera considerevole le sue performance, al punto da far paventare la più spaventosa delle situazioni: la recessione.

I dati giunti quest’oggi sull’export sono notevolmente peggiori del previsto. Il settore, nel mese di agosto, è calato del 5,8% a fronte di un’attesa del 4%. Pur contestualizzando il dato, si tratta di una brusca frenata e di un segnale preoccupante, se accostato al calo della produzione già emerso nei giorni scorsi.

La forza trainante dei teutonici guidati da Angela Merkel sembra aver perso vigore e così a catena ecco annunciarsi una lunga sequela di analisi e statistiche negative: tutti i principali istituti di ricerca hanno tagliato le stime di crescita per la Germania all’1,3%. Giù il surplus commerciale (uno dei fatidici elementi di conflitto in seno all’Unione), da 22,2 a 17,5 miliardi di euro. Giù anche le partite correnti e soprattutto il PIL, che dopo aver segnato un -0,2% rischia ora seriamente di porre la Germania in una condizione di recessione tecnica.

Eventualità che a Berlino si premurano di scongiurare, insistendo affinché il Governo Merkel prenda in mano le redini di un piano di investimenti in infrastrutture in grado di rilanciare l’economia. Consigli e suggerimenti che, a vario titolo, interessano tutti i Paesi dell’eurozona. Ma a fare specie è l’indebolimento anche di uno dei settori che, storicamente, rappresenta la spina dorsale della produzione tedesca, quello dell’auto. Il calo del 25% rappresenta una condizione che in Germania non si vedeva da trent’anni, dai famosi scioperi nelle campagne per le “35 ore”. Un campanello d’allarme nelle orecchie dei tedeschi avrà cominciato a suonare.

È l’economista Rees a provare a calmare gli animi: stando alle sue previsioni, “l’attività tedesca rallenterà nei prossimi mesi, come già indicato dall’indice della fiducia negli affari, ma non andrà negli abissi”. Eppure, che qualcosa non stia procedendo nel verso giusto appare lampante dai diversi indicatori macroeconomici in continuo peggioramento. Il presidente della BCE Mario Draghi continua a lanciare moniti, la strada della crescita non è più rinviabile. Resta da vedere se Angela Merkel terrà fede alla sua vocazione rigorista o saprà interpretare il nuovo sentiment anticiclico con il dovuto pragmatismo che la contraddistingue.

Emanuele Tanzilli