A voler trovare l’origine dell’ondata di “verità” che dilaga al cinema a proposito di una delle produzioni più tipiche della nostra terra – la Mafia, o Camorra, o ‘Ndrangheta – probabilmente si fallirebbe, e magari si perderebbe solo tempo.

Fatto sta che quest’anno si è aperto con la scia di successo che sembrava non dovesse finire mai lasciatasi dietro da “La mafia uccide solo d’estate” di Pif; è andato avanti con “Gomorra – la serie”, prodotto televisivo di tale successo da essere approdato in sala; e avrà forse il suo apogeo con il documentario di Sabina Guzzanti in uscita il 2 ottobre, “La Trattativa”.

Nel frattempo, al Festival del Cinema di Venezia si è aperto il sipario sulla terza sfaccettatura della criminalità organizzata, quella calabrese, con un film cupo e denso che potrebbe rendere ottimista chi, sul cinema italiano, ottimista non è.

Il principio di tutto è Gioacchino Criaco. Il suo romanzo l’ha scritto di getto, dice lui, e pubblicato subito dopo, nel 2008. Da lì è partito Francesco Munzi, facendosi condurre ad Africo proprio dall’autore e vincendo la paura di difficoltà e rifiuto che chi è estraneo alla Calabria di solito ha.

Criaco aveva scritto di tre fratelli, non di sangue, denominati “figli dei boschi” e dal buon senso riconosciuti come “i cattivi”, senza però che li si riesca a identificare davvero come tali.

Calabresi cresciuti da calabresi in simbiosi con la propria terra, terzo genitore, tanto da diventare i prolungamenti di un’anima vecchissima e fiera che abita l’Aspromonte e lo distingue dal resto dell’Italia, con diffidenza e in dignitoso silenzio.

E se sulle pagine quella terra sembrava immersa in un’aura di leggenda, una volta affidata ai colori desaturati e ai lunghi silenzi della pellicola, diventa più concreta, quasi a volersi mostrare finalmente esistente. Ma di certo non si dichiara meno dura.

Per una buona metà, tuttavia, “Anime Nere” si apre sulla Milano da bere, negli esultanti anni Ottanta che si sarebbero srotolati freneticamente verso i Novanta, rivelando cosa tutto quell’entusiasmo nascondeva.

In quel contesto, i tre fratelli di Criaco sono figli dei boschi trapiantati altrove, pieni della loro cultura natia e incorruttibili dall’aria del nord. Sono parte del mondo sottopelle che Milano covava in quegli anni, un pilastro del brulichio marcio su cui si posava la città e, allo stesso tempo, gli scostanti estranei che vengono da lontano e sempre lontano guardano.

Dall’altra parte, legati anche da un legame “biologico”, i personaggi di Munzi hanno i contorni molto più marcati: quel che sembra è che stiano a rappresentare tre modi diversi e decisi di affrontare le proprie origini. Da parte del maggiore (Fabrizio Ferracane) viene resistenza ostinata e risentimento verso qualunque deviazione dal sentiero tracciato dai suoi padri; il secondo (Peppino Mazzotta), imborghesito, chiude gli occhi davanti alle divergenze della sua quotidianità con l’eredità greve e sfavillante che gli scorre nelle vene; l’ultimo (Marco Leonardi), sfrontato, si porta dietro la sua Calabria sventolandone aggressivamente la bandiera.

Per quanto i linguaggi di romanzo e film siano così diversi nella forma, rimane intatta la volontà di raccontare in modo clinico e lucido, con il discernimento di chi ricorda con onestà.

L’amarezza non manca, certo, ma è poco chiassosa, da percepire come una nebbia aleggiante, domata a schiena dritta perché si ritiene più importante riportare i fatti e lasciare da parte la retorica e il moralismo.

È una verità cruda, senza fronzoli né giustificazioni, senza pretesa di spiegarne saccentemente le origini e le motivazioni ma che, anzi, dichiara francamente che chi non fa già parte di questo universo, tagliente e vivido ai limiti della ferinità, può solo sfiorarne gli angoli e tentare di distinguerne l’eco dalla soglia, ma mai entrerà.

È una verità che la finzione porta alla luce, ed è di una dolorosa maestosità, triste e splendente, quasi insospettabile per uno dei capitoli più squallidi della storia italiana.

Chiara Orefice