Si continua a combattere a Kobane, nel nord della Siria. La città curda sta ormai vivendo la terza settimana consecutiva di combattimento, ormai da un mese sotto assedio. Sulla città si concentrano anche i raid degli americani, che cercano di arginare l’avanzata degli jihadisti.

Gli americani hanno bombardato le postazioni jihadiste e i canali di rifornimento nella zona orientale e meridionale della città di Kobane e sulla collina che sovrasta la città, costringendo i miliziani dell’IS ad arretrare. Gli scontri tra l’esercito dell’IS e le milizie curde (YPG) avrebbero fatto almeno 400 morti, ma secondo l’osservatorio sui diritti umani in Siria le vittime sarebbero almeno il doppio. Nel pomeriggio di ieri, però, per l’IS sono arrivati i rinforzi che hanno permesso di riconquistare le posizioni perse dopo i raid aerei americani. Fonti locali parlano di un’attentatore suicida che si è fatto esplodere a bordo di un auto nei pressi di un commissariato, nel centro della città, diventato base dei miliziani curdi provocando diversi morti tra le milizie del YPG.

Intanto da Washington arrivano pesanti accuse al governo di Ankara. Secondo gli Stati Uniti la Turchia dovrebbe avere una posizione molto più forte nei confronti di quello che sta succedendo al confine con la Siria, mentre continua, secondo il governo americano come rivelato da fonti istituzionali, a trovare scuse per non intervenire. Ma la situazione della Turchia non è così semplice come vogliono far credere gli americani. La Turchia sta vivendo una rivolta interna della minoranza curda ed è stata costretta ad imporre il coprifuoco nelle sei province a maggioranza curda, cosa che non accadeva dalle proteste del PKK nel 1992. I curdi, che sono scesi in piazza rendendosi protagonisti di violenti scontri con le forze dell’ordine, richiedono una maggiore risolutezza riguardo il problema di Kobane, chiedendo un intervento della Turchia in Siria a protezione della città e dei curdi. Ma i rapporti tra Damasco ed Ankara sono da tempo in tensione, anche viste le dichiarazioni di Erdogan che vuole la destituzione di Assad, e infatti il governo siriano ha già fatto sapere che ogni incursione turca in territorio siriano sarà vista come un’aggressione alla sovranità nazionale e la Turchia non può permettersi l’apertura di un nuovo fronte di scontro in questo momento.

La Turchia, comunque, è molto attiva sul piano diplomatico. Vista l’impossibilità materiale di intervenire in maniera diretta in Siria, il governo di Ankara sta sondando il terreno per verificare la disponibilità alla creazione di un cuscinetto tra Turchia e Siria per la protezione delle migliaia di profughi, per lo più curdi, che si ammassano al confine turco. Hollande ha già dato il proprio placet a questa possibilità, mentre gli Stati Uniti, con John Kerry, hanno fatto sapere che ritengono apprezzabile da vagliabile la proposta.

Tutt’altra la posizione dell’Iran. Teheran sta sorvegliando da tempo sulla situazione in Iraq e Siria, fortemente preoccupata per l’avanzata dell’ISIS che sta arrivando ai confini con l’Iran. Il ministro degli esteri iraniano, Marziyeh Afkham, ha fatto sapere che l’Iran è “pronta ad aiutare il governo siriano a respingere l’avanzata“. “Kobane è parte dello territorio della Siria – ha spiegato il ministro –  e se Damasco dovesse chiederlo saremmo pronti a dare l’assistenza necessaria“. Il governo di Teheran si dice anche fortemente preoccupato per la situazione umanitaria dei profughi al confine con la Turchia e ha fatto sapere che si muoverà per inviare aiuti ai civili.

Intanto anche il Canada ha dato il via alle operazioni militari in Iraq, dove saranno spediti 6 jet e alcune centinaia di soldati di supporto, ma, almeno per i prossimi sei mesi e fino a che non lo decida la coalizione anti-ISIS, non ci sarà alcuna operazione di terra.

Francesco Di Matteo