Cosa sta succedendo ai prezzi del petrolio? Le quotazioni hanno raggiunto nelle ultime ore livelli minimi da quattro anni a questa parte, quando si era ancora nel pieno della virulenza della crisi economica. Oggi, che la sfida si incentra sul rilancio di crescita e sviluppo, una guerra dei prezzi interna all’OPEC sta letteralmente sparigliando le carte in gioco sui mercati.

Al punto che gli analisti parlano ormai apertamente di “bear market”, mercato da orsi, ovvero in piena tendenza ribassista. Il Light Crude si attesta intorno agli 84,2 dollari al barile, il Brent invece gravita sugli 89 dollari. Cifre estremamente basse, che rendono perfettamente la dimensione della guerra dei prezzi scatenata in seno alla stessa OPEC. Nonostante una domanda mondiale in calo, con la locomotiva cinese che sembra aver rallentato la sua spinta propulsiva e con gli Stati Uniti che grazie alla “rivoluzione” dello shale oil hanno ridotto del 40% la propria dipendenza dalle importazioni, la produzione di petrolio continua ad aumentare, contro qualsiasi logica di mercato.

È la stessa OPEC a confermarlo, certificando una quota di 30,47 milioni di barili al giorno, con incrementi sensibili da Iraq, Libia, Iran e Arabia Saudita. Le conseguenze sono inevitabili: da giugno, il prezzo del petrolio è calato di oltre il 20%, abbattendo la soglia tecnica e psicologica dei 90 dollari e scatenando un’ondata di vendite che hanno contribuito ad accelerare il fenomeno. Secondo Thina Saltvedt, analista Nordea, “Non ci sono elementi che fanno pensare a un prossimo rialzo dei prezzi. Il mercato asiatico è inondato di petrolio e ci sono segnali sempre più evidenti che l’OPEC è diviso al suo interno”.

La concomitanza di calo della domanda e aumento dell’offerta può essere spiegato in un solo modo, ovvero con la guerra dei prezzi scatenata dai Paesi OPEC per accaparrarsi e consolidare le proprie quote di mercato, in particolar modo in Asia dove i compratori non mancano. Anche a costo di far crollare le quotazioni, i cui effetti, è facile prevedere, non dovrebbero tardare a farsi sentire con un’ulteriore spinta deflattiva.

Tengono le distanze gli USA, ormai prossimi candidati a diventare esportatori netti di petrolio, che pure hanno incrementato la produzione, ma al solo scopo di garantirsi l’indipendenza energetica. Lo shale oil, petrolio prodotto dalla frantumazione di rocce in maniera molto simile a quanto si fa con il gas, con sensibili effetti sull’ambiente, è prodotto in circa 8,8 milioni di barili al giorno. Ma gli esperti avvisano: la strategia non potrà durare a lungo, verosimilmente fino al 2020 al massimo. E l’abbondanza di petrolio disponibile dovrebbe essere vista come un incentivo a sviluppare con maggior serenità fonti alternative e pulite, non come un pretesto per alimentare la guerra dei prezzi al ribasso.

Emanuele Tanzilli