Il test ideato da Alan Turing nel 1950, che permette di stabilire se una macchina è indistinguibile da un essere umano e quindi possiede una sua propria intelligenza (anche se descriverlo solo così è riduttivo), non è ancora stato superato da nessun computer al mondo, sebbene ogni tanto venga fatta diffondere qualche indiscrezione riguardo fantomatici superamenti che preannuncerebbero nuove straordinarie epoche fantascientifiche. Per ora l’uomo non ha ancora creato intelligenze artificiali propriamente dette.

Siti web che propongono chatbot sempre più raffinati hanno divertito e affascinato migliaia di internauti nel corso degli anni, anche se più va avanti la diffusione dell’internet nel mondo meno affascinanti appaiano certe cose. Numerose leggende metropolitane hanno diffuso la credenza che chatbot come Cleverbot possano comunicare all’uomo verità nascoste o conoscere storie inventate sul web (come la creepypasta di Ben Drowned).

Il sito bot or not, ideato da due scrittori (Oscar Schwartz e Benjamin Laid) , ripropone il test di Turing in una chiave diversa. Il visitatore visualizza un testo poetico, riguardo al quale dovrà indicare se l’autore è un bot o una persona. Il sito possiede una sezione dedicata alle classifiche di poesie in base alle indicazioni dei visitatori: le poesie “umane” indicate come tali più di frequente (vince di netto “The Fly” di W. Blake), quelle generate da un bot più di frequente considerate tali, e poi le poesie “umane” che sembrano scritte da un computer e viceversa.

Il meccanismo è semplice: le poesie scritte dai bot sono semplicemente insiemi di frasi generate tramite algoritmi disposte in modo da avere la forma di un testo poetico. I risultati sono spesso confusionari e incomprensibili, ma in alcuni casi stupefacenti:  la poesia che è stata votata quale più umana fra quelle generate da un bot potrebbe benissimo essere stata scritta da qualche autore del primo Novecento.

Sebbene molti vedano questo processo come una semplice curiosità del web, si tratta di qualcosa di molto più profondo, di intrinsecamente legato allo studio della natura stessa dell’uomo.

Infatti non si tratta di riflettere su quanto la tecnologia stia progredendo nel suo sviluppo, bensì di quanto la produzione letteraria stia diventando sempre meno un lavoro creativo e sempre più un’opera di produzione seriale: non tanto perché poeti e scrittori sembrano sempre più omologati alla mentalità corrente della società, non tanto perché sembra che ormai le case editrici siano diventate soltanto delle fabbriche di merce di consumo, queste sono osservazioni puramente ideologiche; i poeti, e non solo oggi, seguono processi logici sempre più simili fra loro nell’accostamento di parole e frasi, e non solo diventa difficile distinguere le opere di due diversi autori, ma anche l’opera di un uomo da quella di una macchina.

Quindi, se il test di Turing sarà mai superato da una macchina, non sarà solo perché la tecnologia è arrivata al suo stadio più avanzato nella storia, ma anche perché l’uomo avrà perso la sua capacità di discernere il lavoro e le parole di un uomo da quelle di un computer, diventando lui stesso indistinguibile da un computer.

Michele Cera