Il 12 Ottobre la Bosnia torna a votare. Lo fa con un misto di speranza e preoccupazione e con la voglia di progresso frenata da una situazione interna, politica ma non solo, fragile ed incerta, senza dimenticare l’ombra di problematiche di lungo corso ben lungi dall’essere risolte e che minano l’effettiva riuscita del mosaico multi-culturale che compone lo stato.

Nelle imminenti elezioni poltiche veranno eletti parlamento centrale ed assemblee, come annunciato dal presidente della commissione elettorale, Stjepan Mikic. Il voto, inoltre, esprimerà preferenze anche per le elezioni dei membri della presidenza collegiale e saranno rinnovati il parlamento centrale e le assemblee delle due entità che compongono l’ex paese Jugoslavo – la Republika Srpska (Rs) e la Federazione croato-musulmana (Bh).

Se la situazione a Banja Luka è pressochè stagnante, con il presidente Milorad Dodik che si avvia ad essere rieletto, nonostante l’ascesa del rivale Ognjen Tadić, appartenente al Partito Democratico Serbo (PDS), più intricata risulta essere quella bosniaca. I dieci cantoni che formano il paese, scossi dalle proteste operaie dei mesi scorsi causate da estese privatizzazioni, hanno un futuro incerto.

Il presidente uscente, Bakir Izetbegovic, conservatore di centro-destra, resta in vantaggio. Le insidie principali, come riporta anche EastJournal, vengono dall’attivista Emir Suljagić e dal magnate dell’informazione Fahrudin Radončić, il “Berlusconi di Bosnia”, a capo del “Partito per un futuro migliore”.

Merita attenzione, inoltre, anche la candidatura dell’ex capo religioso e Reis ul-ulema della comunità islamica, Mustafa Ceric, che corre da indipendente e verso il quale è stata mossa un’accusa di plagio in seguito al logo usato per la campagna elettorale, troppo simile ad un centro benessere di Las Vegas ed una Chiesa Evangelica statunitense, come riferito da Osservatorio Balcani e Caucaso.

Quel che preoccupa di più, comunque, è la crescente ingerenza religiosa nella vita politica del paese, che potrebbe eventualmente contribuire al dismembramento di una già fragile e polarizzata società. A rincarare la dose, ci ha pensato l’installazione, da parte di serbi-bosniaci, di una croce alta dieci metri sulla collina di Zlatiste, lo scorso 22 Settembre, zona appartenente alla Republika Srpska, luogo a maggioranza musulmana e teatro di cruente battaglie negli anni 90 dal quale le forze serbe bombardavano Sarajevo. Il primo cittadino della capitale, Ivo Komsic, ha definito la croce un “insulto a quelli che hanno sofferto durante il conflitto” ed ha rincarato la dose spiegando come tale provocazione fosse voluta dal presidente della RS stessa, Milorad Dodik, in vista delle elezioni.

A riguardo è arrivato anche il commento del portavoce dell’ OHR, Office of High Representative, supervisore degli accordi di Dayton, il quale ha spiegato come “simboli religiosi non possono essere usati per alimentare tensioni inter-etniche”. Tale preoccupazione interessa anche diverse associazioni di attivismo politico, le quali hanno prontamente indicato proprio in Dayton la causa della disfunzionale politica bosniaca e di una costituzione non adatta a sostenere la costruzione a lungo termine di uno stato.

Questa frammentaria e complessa natura del paese preoccupa non poco. Simbolo di tale problema è senza dubbio la città di Mostar, etnicamente divisa tra bosniaci e croati. I legislatori della Bosnia House of Representatives, una delle due camere del parlamento, hanno fallito l’implemento di una nuova legge elettorale lo scorso Maggio rischiando di estromettere la città dal voto, ipotesi tramutatosi in realtà in occasione delle elezioni locali del 2012. Al momento, la città difetta ancora di un’amministrazione municipale e l’astensione sembra essere la risposta più ovvia.

Le principali forze politiche della città sono il Partito Bosniaco di Azione Democratica, SDA, e l’Unione Democratica Croata, HDZ che, durante lo scontro sulla nuova legge elettorale, ha chiamato in causa l’ex High Representative, Paddy Ashdown, reo di aver abolito le municipalità a Mostar nel 2004, preferendo una struttura unitaria, al solo scopo di impedire ai croati un maggior potere decisionale rispetto ai bosniaci.

In breve, dunque, la difficile co-esistenza delle diverse etnie resta lo scoglio principale della politica ma anche della società bosniaca. Sul futuro del paese pesa ancora l’accordo di Dayton firmato nel 1995 che, di fatto, ha ufficalizzato le divisioni scaturite dalla guerra e che ancora oggi vengono sfruttate, anche a fini elettorali. A tale quadro, come suggerito dal portale di informazione Balkan Insight, va aggiunta anche la preoccupazione per le alluvioni che hanno gravemente colpito e danneggiato il paese durante la scorsa primavera e le suddette proteste operaie nate nella città di Tuzla che, secondo larghi strati della popolazione, potrebbero essere sfruttate per formulare false proteste ed aspettative. E la Bosnia le conosce già molto bene.

Antonio Scancariello