Ritratto di Alphonse de Lamartine
Ritratto di Alphonse de Lamartine – 1835 – Henri Decaisne

Addio, boschi coronati d’un cenno di verde,
Foglie ingiallite sparse sui prati!
Addio, ultimi bei giorni! La natura in lutto
Conviene al dolore, piace ai miei sguardi! 

(«Autunno» dalle «Meditazioni poetiche»)

Intrecciandosi in un abbraccio senza fine, in cui l’essenza dell’una attraversa, sublima e dona senso al fluire mistico dell’altra, l’anima e la natura fanno vela insieme per destini ignoti e comuni nell’opera di Alphonse de Lamartine (Mâcon, 1790 – Parigi, 1869), uomo politico, poeta e scrittore tra i più influenti del Romanticismo francese. Nato in una famiglia della piccola nobiltà, terminati gli studi, viaggia in Italia in fuga dal regime napoleonico, per ritornare in patria al servizio di re Luigi XVIII. I rovesciamenti politici del diciannovesimo secolo lo costringeranno ancora a rifugiarsi in Svizzera e in Savoia. Legittimista, poi liberale, infine, dopo la caduta di Luigi Filippo d’Orléans, ministro degli esteri del governo provvisorio della Seconda Repubblica, si batterà per ideali improntati ad una sensibilità vicina agli umili, ai poveri, agli emarginati – ed ai condannati – battendosi dapprima per l’abrogazione della pena di morte e, in seguito, riuscendo a far approvare il decreto di abolizione della schiavitù.
L’attività politica (destinata a durare sino all’ascesa di Napoleone III) promana dalla concezione intima che Lamartine ha della vita e della storia, costantemente in divenire, da solcare con prudenza e misura. Tuttavia, il suo essere al di sopra delle parti, in un’epoca di contesa accesa e violenta, talvolta di partigianeria cieca, lo alienerà poco per volta dalle simpatie popolari.

La poetica deriva dall’identica radice e procede dall’animo di Lamartine come “la preghiera, il più bello e il più intenso degli atti dell’intelletto, ma anche il più breve (…) La poesia è il canto interiore”, dispiegandosi in tutta la sua ampiezza nelle «Meditazioni poetiche», edite nel 1820; una raccolta di poesie in cui i sentimenti si dipanano come temi musicali, frasi di vento, incanti effimeri e mormorati che si affollano, si disperdono, ritornano come onde. Non a caso, la più celebre composizione è, appunto, «Il lago», dedicata al ricordo di Julie Charles, conosciuta sul lago di Bourget nel 1816 e morta dopo neppure un anno. I flutti battenti sulla riva, le rocce straziate, la bruma dell’anima che vaga alla deriva nella notte senza fine del tempo, identificano l’uomo con la natura, la memoria con la permanenza eterna dell’essenza spirituale del mondo.
Ammiratore di Chateaubriand, se ne distingue per il tono brumoso, lontano da passioni assolutizzanti ed incline, invece, alla progressione del sentimento, che sorge indistinto sino a dominare, alto, sfumato e diffuso. È una bianca nebbia d’inverno che vela il tempo, la memoria e che, dolcemente ma inesorabilmente, trascina via l’amore e la felicità.

Che il vento gemente, il canneto che sospira,
I profumi leggeri nell’aria fragrante,
Tutto ciò che s’ode, si vede o si respira
                Tutto dica: Hanno amato!

(«Il lago» dalle «Meditazioni poetiche»)

La distesa delle acque diviene canto della memoria, specchio del pensiero, familiare contesto dell’anima, in una compenetrazione intima che nega il simbolo e intuisce la fratellanza tra il poeta e il creato.

Sposatosi con Mary Ann Elisa Birch, pittrice inglese (nota come Elisa de Lamartine), pubblica le «Nuove meditazioni poetiche», in cui spicca «Canto d’amore», dedicato alla moglie, lungo poema dalla musicalità esasperata, pulita, che domina la forma e precede il significato, “una sfida alla poesia, che non ha mai saputo esprimere la felicità come esprime il dolore, senza dubbio perché la felicità è un segreto che Dio ha riservato al cielo”, lasciando un’eredità che sarà raccolta da Verlaine. Seguono «Il canto della Consacrazione», dedicato al re Carlo X e le «Armonie poetiche e religiose», in cui l’incessante interrogarsi, la strenua ricerca di Dio, spaziano da un conforto intimo nella religione cristiana ad un accenno di deismo indefinito e vago, al canto dell’infanzia quale innocenza e saggezza innata più sobria e certa delle inutili speculazioni della vita adulta.
Nel 1835, anno in cui pubblica il «Viaggio in Oriente», resoconto di un pellegrinaggio in Palestina, Lamartine è sempre più colpito dai lutti familiari; i due figli, Alphonse e Julie, sono morti in tenerissima età. L’orizzonte si deforma in un deserto, Dio è avvertito sempre più lontano, Creatore imperscrutabile e misterioso.
Indebitato, Lamartine inizia a scrivere per sostenersi, alternando opere divulgative a romanzi («Graziella», in cui ricorda il suo primo amore, intriso di tenerezza, sbocciato a Napoli).

Perduta la moglie nel 1863, Lamartine muore, dopo una lunga malattia, nel 1869.
Elisa ed Alphonse de Lamartine riposano nel cimitero lungo le mura del Castello di Saint-Point: hanno vissuto insieme nel maniero per quarantatré anni.

Davide Gorga