Aysegul Korkut, studentessa dell’Università di Istanbul, si sente oltraggiata dalle immagini provenienti dalla Siria, ma recentemente ha affrontato supporters mascherati dell’ISIS nel campus che frequenta. “All’inizio non capivo cosa stesse succedendo”, ha detto la 21enne ricordando il momento nel quale ha visto per la prima volta i giovani militanti entrare nel Dipartimento di Letteratura urlando “Allahu Akbar!” Nel giro di pochi minuti, lei e altri studenti di sinistra sono stati coinvolti in una lotta con lanci di bottiglie e la distruzione di un’esposizione scientifica nella hall. “Sono rimasta scioccata”, ha aggiunto.

Questi scontri, risalenti al 26 settembre, sono stati i primi di una serie al campus Beyazit dell’Università di Istanbul. Le violenze si sono ripetute, e i media turchi hanno riportato diversi arresti: solo lunedì 42 studenti sono stati arrestati dalla polizia intervenuta per sedare uno scontro in un cortile con tanto di bastoni e mannaie. Sia la polizia che l’Università non hanno rilasciato commenti.

Gli scontri sono uno dei molti segni di sostegno allo Stato Islamico che si sono levati nella metropoli bizantina. Spille con la bandiera nera sono in vendita presso una libreria a tema jihad sita nei pressi del campus, insieme a riviste che ritraggono Osama bin Laden ed alla biografia del jihadista ceceno Ibn Khattab. Il proprietario, Osman Akyildiz, dice che gli studenti sono i suoi maggiori clienti.

Bandiere nere ed adesivi possono essere visti su finestre ed automobili, mentre si dice che un “IS gift shop” ora chiuso abbia venduto T-shirt e materiale marchiato ISIS, come testimoniato da un video che ritrae un giovane che indossa una di queste magliette su un tram nella città turca.

Certo, non è detto che questi episodi indichino necessariamente un supporto significativo, né se questi giovani siano effettivamente attivisti o solo simpatizzanti provocatori, ma l’accademico Ahmet Kasim Han esprime i propri motivi di preoccupazione: “Sociologicamente parlando, inizia tutto con questi segni; alcuni di questi simpatizzanti potrebbero facilmente radicalizzarsi.”

Gli scontri all’Università di Istanbul mostrano che i simpatizzanti dell’ISIS non hanno paura di rivelare la propria presenza. La loro sfrontatezza è parzialmente dovuta alla mancanza di una dura condanna da parte delle autorità: nonostante lo Stato Islamico sia stato designato da mesi come organizzazione terroristica, gli ufficiali turchi sono riluttanti nell’usare il termine pubblicamente, mentre i conservatori religiosi sostengono che non meritino di essere chiamati terroristi: per loro sono eroi.

Gli scontri del 26 settembre sono iniziati dopo che un gruppo di sinistra ha affisso un poster nell’ingresso del Dipartimento di Letteratura, denunciando le uccisioni perpetrate dalle milizie. Nel primo pomeriggio è arrivato l’ultimatum degli uomini mascherati, che hanno intimato di rimuovere l’affissione. Ciò che ne è seguito è stato ripreso: le due fazioni, separate da una barricata, si sono rivolte urli ed oggetti, mentre la vigilanza rimaneva a guardare senza intervenire.
Irem Meten, appartenente al gruppo socialista FKF che ha ripreso l’accaduto, racconta che gli estremisti non hanno avuto problemi ad entrare nel campus, nonostante l’ingresso richieda l’identificazione universitaria.

Sebbene l’attenzione dei media abbia contribuito a far nascondere i simpatizzanti dell’ISIS portando alla chiusura del “gift shop” di cui sopra, gli squadristi mascherati dell’Università non mostrano di voler andare sottotraccia, ed anzi hanno dichiarato alla rivista conservatrice religiosa Haskoz di ignorare deliberatamente le minacce di arresto: “Se qualcuno sarà chiamato a rendere conto, non saranno coloro che finanziano la jihad, ma saranno i collaboratori e gli imperialisti che cercano rifugio dietro la NATO, l’ONU e gli Stati Uniti.” Il gruppo non ha voluto rispondere alla mail di domande dell’Associated Press.

Quando i reporter hanno visitato l’Università il 30 settembre, c’erano delle avvisaglie di tensione: nonostante tutto all’interno apparisse calmo, all’esterno stazionavano 20 agenti in assetto antisommossa. Molti studenti erano sprezzanti, alcuni preoccupati, e diversi attualmente vanno e vengono dal campus in gruppi, cercando la sicurezza nel numero. “Certo che siamo stressati,” ha detto il 20enne studente di archeologia Ulas Suder, “Come puoi sentirti quando un’organizzazione che terrorizza il Medio Oriente entra nella tua scuola?”

Simone Moricca

L’articolo originale è di Raphael Satter (Twitter @razhael), giornalista dell’Associated Press, in collaborazione con Isil Sariyuce e con il contributo di Suzan Fraser, Marga Zambrana e Berza Simsek. Può essere trovato a questo link.
Il traduttore spera di essere stato puntuale nel riportare i concetti espressi dall’inglese all’italiano, e si scusa fin d’ora per eventuali errori nella traduzione.