Le origini del film sono illustri, così come i predecessori del regista. Si parte da un romanzo di Patricia Highsmith, uno dei “minori”, quando ben altri vennero scelti dai grandi: “I due volti di Gennaio” è uno dei lavori dell’autrice che né Hitchcock né Minghella hanno preso a soggetto per il proprio lavoro.

Ma per andare al cinema, in questo caso, sarebbe meglio non appesantirsi di aspettative elencando quei nomi gravosi. E sarebbe anche una buona idea dimenticarsi dei trailer concitati che vogliono presentare una pellicola da tachicardie e salti sulla poltrona. Quello di certo non è.

È la suspense noir, infatti, più sibillina, dai toni tenui e dalle occhiate aguzze, quella che Hossein Amini ha scelto per il suo debutto alla regia, dopo aver lavorato a certe sceneggiature ormai note nel bene e nel male (“Drive” – bel titolo per il suo curriculum – o anche “Biancaneve e il Cacciatore” – questo sarebbe da depennare, invece), affascinato da quei caratteri solo accennati, dai profili sinuosi stagliati sulla terra greca, dal gioco di legami che ne dirige i movimenti.

A danzare sul palcoscenico sono essenzialmente in tre: una coppia di sposi, da una parte il maturo Chester MacFarland (Viggo Mortensen), dall’altra Colette (Kirsten Dunst); e un intruso, l’elemento di disturbo e di salvezza, Rydal (Oscar Isaac).

I primi due sono in vacanza ad Atene: ricchi, sorridenti, a braccetto. Il terzo vive quasi alla giornata, un piccolo truffatore che arrotonda come può il misero stipendio da guida turistica. A unirli potrebbe sembrare sia stata una coincidenza, e forse se Rydal non si fosse trovato proprio lì, proprio in quel momento, e se Chester non gli avesse chiesto aiuto, allora non ci sarebbe stata storia…

Ma guardiamo più a fondo: chi danza sul palcoscenico è solo la coppia di uomini che gira scrutandosi e contendendosi la donna, bellissima e immobile al centro dei due, afferrata e portata a sé ora dall’uno, ora dall’altro. Ed è lei a portare i due rivali uno di fronte all’altro.

Per quanto possa essere debole una sceneggiatura che vede due completi estranei legarsi a tal punto nel giro di una notte, a fare da base al film è proprio l’immediato rapporto padre-figlio che si instaura tra i due.

Ecco quindi l’eterno déjà-vu che colpisce Rydal nel vedere in Chester la figura autoritaria del capofamiglia, da sfidare e da sconfiggere, a cui portar via la donna, e al tempo stesso a cui rendere un complesso tributo misto di rispetto timoroso e affetto.

Ed ecco la risposta del padre che vede minato il suo ruolo, che ha necessità di imporsi ancora nonostante l’età, che tenta di educare e contemporaneamente di tenere sotto controllo il ribelle, così simile a lui e distante un’intera generazione.

È la storia di un cambio generazionale, in effetti, del periodo di transizione che guarda al passato e al tempo stesso si volge a quello che ancora deve accadere, come fanno gli occhi di Giano Bifronte – dio latino dei passaggi e degli inizi – a cui fa riferimento il titolo.

E se non è un film che si regge saldamente sulle sue gambe, davvero lento a volte, altre forzato, a dare una mano sono le interpretazioni. Magari sul talento di Viggo Mortensen non c’è più niente da dire, ma si potrebbe parlare per ore di Oscar Isaac, defilato e discreto, sempre più sicuro di sé (oltre all’acclamato “A proposito di Davis”, si faccia attenzione anche a piccole parti di non minor valore, come quella in “Agora” o in “Drive”).

Atmosfere di altri anni, colorate di un esotismo ocra e panama, intessute di un’inquietudine costruita sull’assenza di passato dei tre, su motivazioni incerte e su lenti scure: “I due volti di Gennaio” significa sedersi e osservare tutto, sondare lentamente i personaggi, le impronte che si lasciano dietro viaggiando, le sfumature dei gesti.

Chiara Orefice