Si può pensare che il più grande trauma che si possa passare, da appassionati della nazionale italiana di calcio, sia quello di avvicinarsi ad un ragazzino di 14 anni e, con nostalgia, dirgli: “Baggio si che era un campione”. In realtà, il vero trauma sarebbe sentirsi rispondere: “Chi è Baggio?”.
Tale ipotesi potrebbe sembrare improbabile, ma in effetti, anche la memoria calcistica può offuscarsi col passare del tempo e soprattutto con la fine di un’era, quella del calcio italiano degli anni ’90, che ha dato lustro a una nazione col calcio più bello del mondo.

La riflessione diventa d’obbligo, qualora ci si rende conto che sia finita un’epoca d’oro, in cui il calcio nostrano ha sfornato con ogni probabilità i migliori campioni che si potessero avere.
Immaginate l’imbarazzo di Sacchi nel dover decidere chi schierare in attacco fra Baggio, Casiraghi, Signori, Mancini, Zola, Vialli. Immaginate poi la difficoltà che può aver avuto Cesare Maldini nello scegliere, nel 1998, fra questi signori e Del Piero, Inzaghi, Vieri e tanti altri mostri sacri. Queste riflessioni, ci fanno spesso chiedere come sia stato possibile dover aspettare il 2006, per vincere un mondiale dopo quello dell’82. Sia chiaro, anche la selezione di Marcello Lippi era forte, ma come già sottolineato, lo erano anche quelle delle precedenti edizioni. Ripercorriamo brevemente la storia delle eliminazioni mondiali:

  • Nel ’94 i rigori non ci hanno permesso (per un errore proprio del divin codino) di accorciare i tempi d’attesa, seppur avessimo una difesa importante, che vantava atleti del calibro di BaresiMaldini (in gran spolvero fino al 2002), ed un già citato super attacco;
  • nel ’98 gli eterni cugini della Francia ci misero in ginocchio, sempre ai rigori;
  • nel 2002 a metterci in ginocchio fu un panciuto arbitro, finito poi in carcere qualche anno dopo.

Come spiegare, quindi, ad un quattordicenne il romanticismo nelle avventure della nostra nazionale ai mondiali?

Infatti, il calcio moderno è sempre più incentrato sulla pianificazione tecnica, gestionale, finanziaria; e si sfornano atleti più che campioni. Per approfondimenti si consiglia la lettura dell’articolo: Ricavi UEFA.

L’Italia ha quindi perso un primato che difficilmente riconquisterà. Una volta, il calcio nostrano era contraddistinto dalle eterne sfide fra il campione di turno, dei ballottaggi fra attaccanti di un certo livello, e della scelta del trio di portieri da portare in nazionale (come quando Buffon e Toldo andavano in forte competizione fra loro, come anche Pagliuca e Peruzzi). Le vicende del campo alimentavano il dibattito dell’opinione pubblica, mentre il gossip, che oggi la fa da padronefaceva capolino solo in misura minore, magari dando un alone di leggenda alla superstar di turno.

Insomma, si potrebbe dire che mentre il calcio dei nostri quattordici anni fosse un libro, quello attuale è un e-book, efficiente ma privo degli odori e delle forti sensazioni che ti porta lo sfogliare le pagine della propria opera preferita, fino a chiederti anche dopo la lettura, come andrà a finire.

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Pier Gaetano Fulco