“I reattori nucleari a fusione compatti potrebbero diventare una realtà entro i prossimi 10 anni.” Una frase simile può risultare il più delle volte un’ottimistica promessa, al pari forse della promessa di una fusione fredda, ma se a dirlo è il colosso Lockheed Martin, allora la cosa si fa interessante.

La Lockheed Martin ha infatti pubblicato un comunicato ufficiale che ha finalmente sciolto il riserbo su un lavoro segretissimo prolungatosi per ben quattro anni. La società è nota nell’ambito aerospaziale e della difesa per i suoi progetti tecnologicamente avanzati, ma questa volta la promessa fatta è veramente di quelle che lasciano senza fiato. “Il nostro progetto di fusione compatta combina diversi approcci alternativi di confinamento magnetico, prendendo le parti migliori di ciascuno, e offre una riduzione delle dimensioni del 90% rispetto concetti precedenti” ha detto Tom McGuire, capo dello Skunk Works’ Revolutionary Technology Programs. “Le dimensioni ridotte ci permetteranno di progettare, costruire e testare il reattore a fusione nucleare in meno di un anno.”

In realtà l’annuncio dell’azienda rientra nel piano di rilancio dei progetti energetici per supplire la riduzione della spesa militare degli ultimi anni, ne è un esempio la forte limitazione che il progetto F-35 ha subito in corso d’opera da parte dei principali acquirenti, anche in vista di un futuro aumento dei consumi energetici a livello globale del 40-50%. Infatti, sebbene gli studi condotti dal NIF – National Ignition Facility, in California, siano riusciti a rendere il processo più efficiente, superando di gran lunga l’energia necessaria a controllare il processo con quella prodotta dalla fusione nucleare stessa, il problema che ci si pone ora è quello di rendere tali impianti piccoli abbastanza dal soppiantare in maniera rilevante tutte le energie rinnovabili al momento utilizzate. In particolare la Lockheed Martin punta alla creazione di un reattore a fusione dalle dimensioni dieci volte più piccole dei precedenti progetti, ovvero abbastanza piccolo da poter essere stipato su un camion, ma che nel contempo possa fornire energia sufficiente per una città piccola fino a 100.000 persone (circa 100 megawatt).

Per quanto però risulti interessante, il progetto ha suscitato numerose critiche da parte degli scettici. Rosi Reed, per esempio, professoressa di fisica nucleare presso la Wayne State University e ricercatrice presso l’LHC ha evidenziato come una simile riduzione delle dimensioni sia per adesso una mera speculazione teorica, visto e considerato che solo di recente si è riuscita a produrre più energia di quanta non ne servisse per avviare la fusione. Ai suoi dubbi si uniscono quelli di John Timmer, di Ars Technica, il quale sospetta che la strategia dell’azienda sia volta ad attrarre possibili partner con cui condividere i rischi correlati al progetto.

Volendo però sognare immaginate per un attimo la possibilità di avere mini-reattori alimentati con una miscela di deuterio e trizio, capaci di produrre energia 10 milioni di volte maggiore di quella fornita dalle medesime quantità di carbone. Inoltre le future centrali nucleari a fusione non produrrebbero le scorie che suscitano tanto scetticismo in Italia verso le centrali nucleari a fissione. La Lockheed Martin pertanto si appresta a portare il mondo in una nuova “era del nucleare”.

Il “se” però è d’obbligo per un progetto che allo stato attuale non ha ancora visto porre la prima pietra, ma ci auguriamo che in quest’impresa il colosso statunitense abbia successo, se non altro per l’impatto che avrebbe sull’economia mondiale.

Francesco Orefice