La crisi economica che incombe nuovamente sulla Grecia deriva innanzitutto da una grave crisi politica, rinchiusa nell’incapacità del governo di trovare un nome per la presidenza della Repubblica entro gennaio prossimo.

Sicché alla maggioranza mancano 29 voti in parlamento per raggiungere il quorum, il premier Antonis Samaras è giunto a considerare la possibile candidatura di Vangelis Marinakis, ben lontano dal poter essere definito un “uomo della politica”, essendo il presidente dell’Olympiakos, il club di calcio più popolare della Grecia. Una tale considerazione fa percepire viva la sicurezza di uno stallo e vicina la possibilità di imminenti elezioni anticipate. In questo caso, secondo i sondaggi, potenziale vincitrice risulterebbe la sinistra radicale di Syriza, a 5 punti di vantaggio.

L’eventuale vittoria della sinistra radicale guidata da Alexis Tsipras, porterebbe ad una svolta radicale della politica europea greca.

Il leader di Syriza, infatti, mentre in pubblico promette l’addio al programma della troika, addio affiancato da una conferenza internazionale per liberare la Grecia dal debito tramite un default definitivo, in privato -insieme ad altri leader europei- minaccia di portare il Paese fuori dall’euro. Particolare attenzione, dunque, va posta su questa potenziale intenzione, poiché l’Europa e il Fmi hanno investito ben 280 miliardi di euro in Grecia in questi anni per una velata dimostrazione: non esiste una porta d’uscita dall’euro.

Cosa accadrebbe, dunque, se Atene smentisse questa dimostrazione? Gli investitori prenderebbero in considerazione la possibilità che anche altre economie in crisi, tra cui la stessa Italia, potrebbero lasciare l’euro e, di conseguenza, i tassi sui titoli italiani potrebbero salire vertiginosamente, cosicché anche Roma dovrebbe considerare la forzosa possibilità di tornare ad una moneta nazionale.

Il premier di centro-destra Samaras, d’altro canto, nel tentativo di acquistare consensi da parte degli elettori e messo in difficoltà da Tsiparas, ha posto la richiesta di liberarsi anzitempo della troika, nonostante la Grecia non sia attualmente in grado di sostenersi finanziariamente da sola.

Il dramma politico, dunque, è stato svelato, ma viene fomentato da un altro dramma di natura diplomatico-finanziaria, nato da una tattica tedesca rivelatasi poi errata.

I governi europei, all’inizio del 2014, avevano iniziato a discutere l’ipotesi di dare un ulteriore sollievo alla Grecia sul debito: il debito pubblico verso gli altri governi -173 miliardi- verrebbe spalmato su svariati decenni a interessi quasi zero, cosicché si possa disinnescare lo shock politico che minaccia nuovamente l’Europa.

Parliamo, tuttavia, di un’ipotesi arenata a causa del governo tedesco, che si è opposto nella convinzione che una Grecia in deflazione, caratterizzata da un’economia crollata del 25% affiancata ad una disoccupazione del 27%, potesse realmente ripagare un debito al 175% del Pil.

Così, nonostante i segni di ripresa proveniente dalla Grecia, l’errata pretesa della Germania ha portato ad una crescente tensione sociale e ad una insostenibile pressione finanziaria che potrebbero portare la Grecia a distruggere gli assetti sempre più debole di un Europa che mal nasconde la crisi. Seppur una concessione sul debito sarebbe costata circa lo 0,7% del Pil europeo, il negarla ha portato a potenziali conseguenze che rendono la cifra in questione irrisoria.

La promessa di Mario Draghi, il presidente della Bce, di fare “qualunque cosa per preservare l’euro”, diventa ora una sfida, in cui i governi europei devono mostrare nuove capacità -guidate in primis da una maggiore lungimiranza e capacità d’analisi più critiche- per disinnescare il detonatore-Grecia.

Morena Grasso