« La concentrazione di Kevin è simile a un raggio laser. Lui è come Al Pacino, puoi star certo che da un momento all’altro può farti venire la pelle d’oca ». Non è da tutti essere paragonati a una star del cinema di tale calibro (“Il padrino”, “Serpico”, “Scent of a woman”), e se poi complimenti del genere arrivano dal regista premio Oscar Sam Mendes, allora stiamo parlando di uno dei più grandi e importanti attori di tutti i tempi, ovvero Kevin Fowler, al secolo Kevin Spacey.

Nuovo appuntamento con la rubrica “L’Oscar della settimana”, che stavolta si sofferma su un artista dalle straordinarie capacità recitative e comunicative, protagonista di innumerevoli successi.

È agli inizi della carriera che Kevin Fowler comincia a farsi chiamare Kevin Spacey, a quanto pare in ricordo di John Graham Spacey, il primo dei suoi avi a essersi trasferito dalla Gran Bretagna negli Stati Uniti.

Dopo una giovinezza trascorsa alternando il teatro e il cinema, la consacrazione arriva con il thriller del 1995 “I soliti sospetti”, diretto da Bryan Singer. Il film riceve due premi Oscar, per la migliore sceneggiatura originale e proprio a Kevin Spacey come miglior attore non protagonista. Keyser Söze, descritto come un misterioso boss criminale che nessuno ha mai visto o conosciuto, è divenuto un personaggio cult nella cultura cinematografica.

Al 1995 risale il thriller drammatico “Seven”, dedicato ad omicidi seriali legati ai sette vizi capitali, di cui sarebbero colpevoli le vittime. Interpretata da Brad Pitt, Morgan Freeman e dallo stesso Spacey, la pellicola è un susseguirsi di colpi di scena e cambi di registro, con la regia di David Fincher, che proprio da questo momento comincia la sua ascesa, fino a diventare un mostro sacro del cinema di Hollywood.

La bacheca personale di Kevin Spacey può vantare anche un secondo Oscar, ricevuto per la straordinaria interpretazione, nel 1999, nel film drammatico American Beauty, che la critica ha apprezzato come satira riflessiva sul concetto stesso di bellezza del ceto medio americano. Il film fa il pieno di statuette, tra cui miglior film, miglior regia (un Sam Mendes geniale) e miglior attore protagonista.

Altri film di successo degni di nota sono “L.A. Confidential” (1997), “The Big Kahuna” (1999), “Un perfetto criminale” (2000), “The life of David Gale” (2003) e “Superman Returns” (2006), in cui Spacey veste i panni del nemico giurato di Superman, Lex Luthor, collaborando nuovamente con il regista Bryan Singer dopo l’esperienza vincente di undici anni prima.

Dal 2013 Kevin Spacey è produttore e protagonista della serie televisiva “House of Cards – Gli intrighi del potere”, in onda dal febbraio 2013 sulla rete Netflix negli Stati Uniti, e disponibile anche in Italia dall’aprile 2014. Spacey, che interpreta Frank Underwood, un politico senza scrupoli che mira ai vertici politici di Washington, lavora al fianco di David Fincher curando la produzione e anche la regia di qualche episodio.

Uno dei volti più noti di Hollywood dunque, un attore dallo sguardo ipnotico. Con la sua mimica che resta impressa è riuscito a interpretare i personaggi più diversi (dal professore che va ben oltre la classica e piatta didattica frontale al killer seriale che uccide nei modi più barbari e agghiaccianti), ruoli complessi e spesso ambigui che non sono mai passati inosservati. I grandi registi lo cercano di continuo, sa dare vita a collaborazioni uniche con colleghi del suo calibro e, a cinquantacinque anni da poco compiuti, è certo che Kevin Spacey ha ancora tantissimo da regalare a tutti i cinefili e non solo.

Appuntamento alla prossima settimana con un nuovo numero della nostra rubrica cinematografica dedicata a film, attori, registi o altri protagonisti della settima arte che hanno portato a casa, almeno una volta, la statuetta più ambita, comunemente nota come Oscar o, per gli addetti ai lavori, Academy Award.

Marco Passero