Nella zona di San Giovanni a Teduccio, periferia Est di Napoli nell’odierna via Marina dei Gigli, si staglia sulla linea di costa un “cumulo”  di materiali diversi, tra i quali si riconoscono lamiere industriali, copertoni di auto, cadaveri di animali e ovviamente…spazzatura di qualsivoglia genere e fattura. Al di sotto di questo “spettacolo moderno” si intravedono, ormai a mala pena anche per via della vegetazione, i resti di quello che una volta era Forte Vigliena.

Fatto costruire, presumibilmente, intorno al 1706 dal viceré  Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena, da cui prese anche il nome; il forte denota immediatamente la sua spiccata posizione strategica: era la difesa più meridionale di Napoli, ubicato poco prima del ponte della Maddalena, chiave di accesso alla città ed era, nel contempo, fondamentale per il traffico e il controllo delle acque antistanti al porto. Con un perimetro di circa 300 metri, una altezza delle mura che non superava i 6 metri incassate in un fossato, 7 cannoni di grosso calibro sul lato a mare, una forma pentagonale con un angolo di tiro di 180°; il forte rivela il suo ruolo di antica “batteria” costiera.

Nelle giornate del 10-11 giugno 1799 il forte fu protagonista dell’estrema difesa messa in atto da una guarnigione di 150 ragazzi circa della “legione calabra” chiamati a difendere il nuovo corso Repubblicano dalle armate sanfediste guidate dal Cardinale Ruffo che avanzavano da Sud. Nonostante la enormi disparità di forze accresciute dall’intervento di corpi di armata russi, il forte non capitolò, ma combatté ad oltranza per dare il tempo necessario alla città di Napoli per approntare le difese. Di fronte al fuoco di artiglieria russa, l’11 Giugno si aprì una breccia nelle difese e qui si consumò il capitolo finale ed anche il più controverso del forte.

Secondo la tradizione, Antonio Toscani, comandante del forte e prete di Corigliano Calabro, ferito e di fronte all’imminente capitolazione, diede fuoco alle polveri della santa barbara provocando una tremenda esplosione. Sull’accaduto fonti borboniche dell’epoca, ma anche più vicine a noi, hanno sottolineato “la casualità” dell’esplosione demistificando perciò l’agire dei patrioti calabresi. Altre fonti, invece, sottolineano lo sprezzo del pericolo dimostrato; tra queste anche lo scrittore Alexandre Dumas, che nel suo saggio sui Borbone di Napoli, descrive l’accaduto così:

«In quel punto, s’intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l’aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza. »”

Nel ricordare quelle gesta il deputato Matteo Renato Imbriani, nel 1891, presentò un proposta di legge con la quale chiedeva di “dichiarare monumento nazionale il fortino Vigliena”, nel centenario dei fatti, 1899, venne affissa una lapide in memoria dei caduti di ambo le parti.

Oggi il forte combatte la sua più ardua battaglia contro l’incuria e l’abbandono, irriconoscibile dall’esterno (solo  una foto  a “volo di uccello” permette ancora l’identificazione) è divenuto luogo per tossici e cimitero per cani. Diversi comitati, anche su facebook, sono sorti per la riqualificazione non solo del forte ma di tutta l’area antistante, caratterizzata da un forte degrado ambientale. Il problema primo, ancora una volta sono i fondi: lo stato del forte non permette una mera riqualificazione del sito ma abbisogna di un vero piano di bonifica ambientale a causa di pericolosi rifiuti tossici interrati e dei pericoli biologici derivanti dalla sepoltura a cielo aperto di animali. Quello che una volta era stato luogo di importanti fatti storici ora marcisce nel silenzio di tutti… e nell’ignoranza di tutti!.

Dario Salvatore