Nell’articolo precedente abbiamo cercato di evidenziare le ombre della politica caratterizzanti lo stato sociale ramificate in gran parte dei paesi industrializzati, e l’economia cognitiva sembra aver trasformato le radici di una politica dedita al popolo in una politica aguzzina, dove i cittadini pagano fiumi di debiti in denaro da investire nel mantenimento di chi siede allo stato. In questa seconda parte cercheremo di ritrovare il nesso di logicità apparente che fa dell’economia una disciplina superiore alla ragione stessa; l’economia diventa quindi di rilevanza maggiore rispetto al benessere della collettività, e questo fermento didattico ha tutti i presupposti per tutelarne la crescita negli anni a venire.

Prendiamo in considerazione il nostro tipico ed affezionato caso italiano, e sottoponiamo ad un processo il fenomeno della deflazione che ci flagella da martiri innocenti, innescando conseguenze atipiche di un uomo che con una zappa si mozza i piedi da solo: la deflazione è il termine finanziario con cui si definisce il calo di valore dei beni materiali, dovuto ad un consumo minore rispetto al quantitativo di produzione (dovuto a sua volta ad un problema occupazionale che quindi non permette di spendere le entrate in lavatrici, abbonamenti telefonici, etc.); per un popolo stremato dalle tasse e nutrito di disoccupazione, la deflazione vista come diminuzione del caro vita potrebbe essere una risoluzione intelligente per concorrere verso un cammino di progresso con gli altri stati mondiali; ma non è così, in quanto i capitali in gioco, essendo sottoposti ad una svalutazione aziendale nei confronti delle nazioni estere, sono costretti al fallimento nazionale inflitto dalle banche centrali.

Questo meccanismo a ritroso è la fine dell’economia stessa perché non ne consente una crescita per se stessa o meglio per i bisognosi, ma diventa una facile norma di sicurezza per garantire ricchezze notevolmente significative a pochi banchieri di interi continenti; e, nel frattempo, le forme di ingiustizia attuate dall’uomo del IV secolo a.C. sembrano differenziarsi ben poco da quelle messe in pratica dagli attuali proprietari di capitali: essi utilizzano i patrimoni economici per calcare vaste differenze sociali che non rendono limpidezza all’uguaglianza civile, marcando quel divarico culturale e caratteristico dei ruoli tra il servo e il padrone.

Constatando sempre il nostro riferimento politico, “La Repubblica” di Platone, la giustizia e l’ingiustizia vengono incise attraverso la formazione dell’economia nello stato, proclamando una sudditanza individuale priva di beni fisici, ed una classe sociale che straripa di reati che pesano sui cittadini (vedasi debito pubblico).

Nello stato di Platone (che come già detto, definiamo utopico per convenzione), inoltre, Socrate illumina di verità gli occhi dei discepoli nell’inquadrare l’ingiustizia formulandone la formazione nei mercati; quando l’organizzazione è scorretta, nasce dalla comunione delle persone che decidono di sommergere di potere pochi uomini, i quali, per carisma e sete d’oro, s’offrono di governare un regno. Se questi non sono filosofi – come dovrebbero, per correttezza all’utopia – allora sono tiranni, bramosi di tutto e premurosi di niente.

È in questo istante che percepiamo l’analoga fonte di attualità fra la prosa del filosofo e i giorni di recessione italiana: “Piaceri e appetiti superflui contrari a ogni legge, forse, insorgono in ognuno, ma tenuti a freno dalle leggi e dalla ragione, in certe persone svaniscono completamente o restano deboli, mentre in altri più vigorosi e numerosi. I tiranni [..] sono quelli che si risvegliano quando il resto dell’anima, ciò che in essa è razionale e calmo e governa l’altra parte, dorme; mentre l’elemento ferino e selvaggio si sfrena e cerca di sfogare i propri istinti. Ardisce ogni cosa, come liberato da ogni pudore e prudenza. Non prova il minimo scrupolo di tentare [..] di macchiarsi di qualsiasi delitto.”

Ancora una volta ci poniamo una domanda: come riesce l’uomo, così miseramente, ad affievolirsi in massa, di fronte alle ingiustizie rese pubbliche? Con ciò si realizza un nuovo ordine politico dedito non più all’aspetto sociologico del suo costume, ma solo a quello di carattere finanziario. Si presentano le stesse domande che sollecitano la battitura di queste pagine: considerando che, secondo il massimo esponente di lealtà e correttezza, i mercati sono qualifiche d’ingiustizie, e considerato inoltre che sventoliamo un sistema politico non più umanistico bensì economico, allora, siamo o non siamo una repubblica? Domanda retorica. Ma perché reputarsi di tali origini? La deflazione come l’economia cognitiva, sono davvero forme a cui sottostare costituzionalmente? Oppure i termini hanno corroso le idee e non riusciamo più a distinguere le assurdità dai meccanismi seri? Daremo una risposta nella maniera più efficiente col nostro prossimo numero, analizzando la funzione di cultura ed informazione con i vari esponenti della parresìa di ieri e oggi.

Alessandra Mincone

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