La manifestazione del 25 ottobre si avvicina. Chi si ricorda lucidamente gli anni dei governi Berlusconi si ricorderà anche la grande mole di mobilitazioni, manifestazioni, cortei che hanno tenuto impegnata la sinistra in una attività quasi frenetica. Chi vi ha preso parte si ricorderà forse anche la stanchezza, nell’ultimo periodo, per la quale molti iniziavano a chiedersi se le manifestazioni servissero ancora a qualcosa o se fossero solo delle cerimonie. Si andava in piazza, ci si contava, poi il Governo faceva quello che voleva come se niente fosse. La sinistra non conquistava terreno, il centro-sinistra era sempre più “centro” e più sordo alla sensibilità del suo popolo.

Ma chi si ricorda vedrà anche la differenza con questi ultimi anni in cui, nonostante le molte mobilitazioni locali legate alla crisi, le manifestazioni nazionali sono state poche e limitate. Una caduta verticale di dibattito politico, di opposizione, di tesi alternative alla disastrosa linea dell’ideologia bocconiana tutta austerity e liberismo. Misure antipopolari che nemmeno Berlusconi si era azzardato a portare fino in fondo, frenato di certo anche dalla paura di perdere consensi. Il fatto è che le istanze dei più deboli, trattate – nel migliore dei casi – in modo sciatto dai media, ghettizzate nelle istituzioni, contrastate dall’establishment economico, quando rinunciano a dare gambe alle proposte con una sana componente di conflitto, scompaiono. Cedono il passo al “pensiero dominante” nella politica e alla rabbia disarticolata e spesso mal indirizzata nella società.

Credo sia anche per questo che la CGIL è stata costretta, di fronte al rifiuto di un vero confronto da parte del Governo, a muovere nuovamente la macchina organizzativa e a preparare una mobilitazione come non si vedeva da anni. Quelle che si conteranno in piazza sabato saranno le ragioni del lavoro che non hanno più trovato rappresentanza sufficiente nelle istituzioni. Le ragioni di chi vive di uno stipendio, di chi non riesce ad ottenerlo, di chi prende una stipendio insufficiente a vivere e di quei precari di cui in questo periodo si parla tanto.

E proprio come precario scendo in piazza anche per non lasciare che siano solo gli altri a parlare per me. Che non sia Renzi, con le sue costruzioni da manuale della buona comunicazione, a chiamare me e tutti quelli come me “Marta”, darmi una opinione – stereotipata – ed usarmi come scudo umano per occuparsi di tutt’altro. Vado in piazza perché dentro e fuori il sindacato i precari hanno maturato una lettura complessa della propria situazione lavorativa e del sistema di diritti di cui hanno bisogno e questa può trovare la giusta forza per rappresentarsi in solidarietà con gli altri lavoratori. Sono istanze, le nostre, che vanno spinte sia nel sindacato, perché possa occuparsene meglio e con più forza, sia contro il governo. E per farlo dobbiamo farci vedere e sentire.

Per questo tornare in piazza non è un gesto simbolico ma la riconquista di una pratica di conflitto e rappresentanza democratica che non va mai affrontato con superficialità o inflazionato, come tutto, ma che è ancora fondamentale. E per questo invito quelli che non sono d’accordo con quanto sta facendo il Governo a chiamare la Camera del Lavoro della loro città e a prenotare un posto sulla corriera o sul treno speciale. Non sarà un modo comodo di passare il fine settimana, ma di certo non sarà nemmeno una perdita di tempo.

Alessandro Squizzato