Non è ancora tutto finito per Asia Bibi. I leader cattolici del Pakistan hanno presentato un appello alla Corte Suprema del paese dopo che un tribunale di grado inferiore ha confermato la condanna a morte per blasfemia contro di lei.

Ma queste sono le battute finali di una vicenda iniziata quattro anni fa, nel novembre 2010. Asia Bibi, cristiana e madre di cinque figli, venne condannata a morte. Il suo crimine sarebbe stato quello di aver insultato il profeta Maometto durante una discussione con alcuni vicini musulmani. Il caso ha sollevato un polverone internazionale e tutte le organizzazioni umanitarie si sono subito mobilitate per lei, fornendo assistenza alla famiglia e il supporto degli avvocati, tuttavia la scorsa settimana l’Alta Corte di Lahore ha confermato la condanna a morte.

Il caso di Asia Bibi ha acceso un riflettore sulle dure leggi contro la blasfemia vigenti in Pakistan. L’esistenza di leggi sulla blasfemia non è un fatto di per sé insolito, dato che nel mondo diversi paesi limitano ciò che i cittadini possono dire riguardo la religione, Italia compresa. Quello che è peculiare nel Pakistan è la durezza estrema delle sanzioni unita all’estrema aleatorità delle prove. La blasfemia comporta la pena capitale, ma la legge non stabilisce alcuna norma riguardo le prove, nessun obbligo di dimostrare l’intento blasfemo, nessuna punizione contro le false accuse e, in effetti, nessuna indicazione su ciò che effettivamente costituisce una bestemmia. L’accusatore può rifiutarsi di ripetere la dichiarazione incriminata in tribunale e i giudici possono scegliere di non sentire le prove nel caso in cui perpetuino la bestemmia e offendessero la sensibilità religiosa. Ciò significa che, in alcuni casi, si arriverebbe ad una situazione degna del “Processo” di Kafka, in cui l’imputato affronta un complesso processo senza sapere ciò che si suppone abbia fatto o detto.

La legge è aperta ad abusi di massa, ed è spesso utilizzata per risolvere vendette personali o per perseguitare le minoranze. Infatti i presunti commenti blasfemi di Bibi sarebbero stati fatti dopo che dei suoi compagni di lavoro rifiutarono di bere dell’acqua portata da lei sostenendo fosse impura poiché toccata da un non-musulmano, mentre lei ha sempre ribadito la sua innocenza, dicendo che costoro hanno voluto semplicemente voluto punirla in quanto cristiana. Quello di Asia Bibi non è l’unico caso aperto: anche il cittadino britannico Mohammed Asghar, che soffre di schizofrenia paranoide, rischia la condanna a morte per blasfemia; le accuse sono state mosse contro di lui nel 2010 da un inquilino con il quale stava avendo una disputa, e nessuna concessione gli è stata fatta per il suo stato di salute mentale.

Nonostante questi difetti evidenti nella legislazione e il modo in cui viene applicata, una riforma non è ancora arrivata. Quando il caso di Bibi è venuto alla ribalta nel 2010, tre politici, Salmaan Taseer, Shahbaz Bhatti e Sherry Rehman, tutti del Partito popolare del Pakistan, che era allora al potere, chiesero la riforma. Le conseguenze della loro richiesta per loro furono tragiche. Taseer è stato ucciso dalla sua guardia del corpo nel gennaio 2011, mentre nel marzo dello stesso anno Bhatti è stato ucciso da assassini talebani e Rehman è stato costretto in semi-clandestinità. L’allora primo ministro ha accantonato così ogni riforma, costretto dal potente mix di minacce estremiste e violenze di massa.

La bestemmia è fortemente sentita dall’opinione pubblica pachistana come nient’altro, e molte persone accusate di blasfemia vengono uccise dalla folla prima ancora del processo, addirittura 52 dal 1990 ad oggi secondo il Centro pakistano per gli studi sulla sicurezza. Molti osservatori tendono ad usare ciò come dimostrazione del modo in cui i gruppi estremisti si sono infiltrati radicalmente nella società pakistana, sfruttando una forte sensibilità religiosa del pubblico per spingerlo ulteriormente verso l’intolleranza.

(Tratto dall’articolo di Samira Shackle su The Guardian: The Lahore court’s decision to uphold Asia Bibi’s death penalty is far from just.

Traduzione e adattamento di Giacomo Sannino.)