Il regime di terrore instaurato dal Califfato Islamico, volgarmente definito ISIS dai suoi stessi rappresentanti, fa davvero paura. E non soltanto per gli atti di terrorismo, gli stermini etnico-religiosi e un’estensione territoriale paragonabile, ormai, a quella del Regno Unito.

Ciò che rende ISIS una minaccia realmente terrificante è il suo potere economico, la sua quasi totale indipendenza dai sistemi finanziari internazionali, la sua autonomia gestionale in grado di far transitare, nelle mani dei sovrani dell’organizzazione, cifre sostanziose e mai riscontrate prima d’ora in un gruppo terroristico.

Lo conferma Matthew Levitte, responsabile intelligence e antiterrorismo presso il Whasington Institute, che definisce ISIS “probabilmente il più ricco gruppo terroristico mai conosciuto”. Uno strapotere che deriva, in parte, da attività criminali come rapimenti, contrabbando di opere d’arte e antichità, imposizioni usuraie sugli abitanti che ricadono nei loro territori. Ma, ed è qui la vera novità, anche e soprattutto dallo sfruttamento di un ingente numero di pozzi petroliferi.

Secondo le stime più recenti, provenienti da un rapporto dell’agenzia americana IHS, la capacità produttiva in mano ad ISIS è tutt’altro che irrilevante, potendo contare su una sessantina di pozzi attivi e una quantità di barili di svariate decine di migliaia al giorno. Petrolio che viene poi contrabbandato con perizia, attraverso i fragili confini di Siria e Turchia, ma anche in Giordania ed Iran, permettendo al regime di incassare la sbalorditiva cifra di 2 milioni di dollari al giorno.

Come ci riescono? Il petrolio viene estratto con tecniche-lampo, avvalendosi di piattaforme mobili trasportate a bordo di camion, che vengono montate e smontate all’occorrenza. Esso viene poi trasportato al di fuori dei confini e rivenduto a prezzi stracciati sul mercato nero, sotto gli occhi incuranti dei Governi di Damasco e di Ankara, molto duri a parole ma decisamente più benevoli nei fatti.

Una disponibilità energetica ed economica del genere non può passare inosservata alle forze coalizzate per arginare la minaccia. I primi, altalenanti risultati cominciano ad emergere, sebbene siano ancora ben lontani dal contrastare efficacemente le fonti di finanziamento di ISIS. Una quindicina di raid aerei condotti fra Iraq e Siria hanno consentito, di recente, di infliggere un primo colpo agli approvvigionamenti del califfato. Nonostante tali risultati, è evidente che le ricchezze in mano all’ISIS siano ancora notevoli e, come ammette Bushan Bahre, uno degli autori del rapporto IHS, “Tutto questo sta finanziando numerose delle loro attività, militari e non. Se pure supponessimo che la loro capacità si sia dimezzata, avrebbero comunque ancora 400 milioni di dollari all’anno provenienti dal petrolio contrabbandato”.

Cifre che, di fatto, consentono ad ISIS di spadroneggiare nei territori mediorientali, rendendoli una polveriera di armi e sangue. Arrestare il flusso petrolifero che arricchisce le casse dei terroristi sembra così essere diventata la priorità delle missioni internazionali guidate dagli americani.

Il petrolio dell'ISIS
Il petrolio dell’ISIS

Emanuele Tanzilli