Il ritorno del figliol prodigo non è solo un quadro di Rembrandt ispirato ad una parabola del Nuovo Testamento, è anche quanto accaduto negli ultimi mesi a Cleveland, dove LeBron James ha fatto dietrofront. Solo che, a differenza del dipinto su tela, lui non è vestito di stracci ed in ginocchio per chiedere perdono, bensì è adorno di due anelli luccicanti e della consapevolezza di essersi preso una volta per tutte la lega. Sembra oramai passato un secolo dal famoso The Decision, in cui il numero 23 (poi divenuto 6) annunciò all’America e al mondo intero che avrebbe portato i suoi talenti nel south east della Florida, il che non fu accolto con giubilo dai tifosi dei Cavs che infatti bruciarono le sue maglie e che, addirittura, in occasione delle Finali 2011 perse dai Miami Heat strinsero un gemellaggio (cosa inusuale nel nuovo continente) con la tifoseria vincente, quella dei Mavericks. Nei 1464 giorni successivi a quell’intervista rilasciata ad ESPN, il nativo di Akron ha conquistato due titoli, è stato eletto per due volte MVP della regular season e MVP delle Finals (2012, 2013), facendo capire a tutti che ormai il testimone di padrone del gioco era passato a lui. Dall’altra parte, invece, i Cavaliers non hanno mai centrato i playoff, sono arrivati ultimi nella stagione successiva alla partenza di James con un plus/minus a livello di vittorie rispetto alla stagione precedente di -42. Le uniche gioie sono arrivate dalla draft lottery che ha permesso di avere la prima scelta per ben tre volte; prime scelte che sono ricadute su Kyrie Irving nel 2011, Anthony Bennett nel 2013 e Andrew Wiggins quest’anno.

CHI FERMERÀ CLEVELAND? – Adesso il Re è tornato a casa, lo aveva promesso del resto. E insieme a Irving e Kevin Love (arrivato nella trade che ha portato Wiggins a Minnesota) è pronto per riportare la sua Cleveland ai playoff. Ad est, considerando che l’infortunio di Paul George (oltre all’addio di Stephenson) ha notevolmente ridimensionato Indiana, il vero ostacolo si chiama Derrick Rose.  La guardia di Chicago è tornata, si spera per l’ultima volta, e vuole vendicarsi delle finali di conference in cui gli Heat si imposero per 4-1; l’arrivo di Pau Gasol, che sa cosa significa vincere e che LeBron in una finale l’ha già affrontato e marcato – anche se non era sul suolo americano ma alle Olimpiadi di Londra – e il fatto che Thibodeau ad oggi sia ancora l’allenatore che ha difeso meglio su di lui, rendono i Bulls il pericolo principale dei nuovi Cavs di James.

CAVS 2.0 – Per quanto LeBron possa spostare gli equilibri di una squadra, non può vincere da solo, men che mai nel basket moderno. Questo è uno dei motivi per cui i primi Cavs hanno fallito: James era solo, non vi erano dei compagni di squadra che potessero supportarlo e aiutarlo nei momenti chiave delle partite. Questa volta, teoricamente almeno, il roster sembra competitivo, perché in pochi possono permettersi di fronteggiare un quintetto composto dai nuovi Big Three e da Waiters e Varejao. Il problema, così come accaduto per gli stessi Miami Heat di James nel 2011, potrebbe essere la mancanza di equilibrio e di disponibilità nel fare da seconda o terza voce nel coro invece che il solista. Il riferimento è naturalmente a Kevin Love, ex numero 42 dei Minnesota Timberwolves, che statisticamente è senz’alcun dubbio uno dei primi cinque giocatori della lega: è un ottimo rimbalzista, tira divinamente e riesce a verticalizzare come un quarterback della NFL, eppure la sua squadra non è mai andata ai playoff, il che non è assolutamente un elemento da sottovalutare. Love è uno splendido solista, ma riuscirà ad accettare di essere il secondo violino? Dall’esterno, l’idea è che gli verrà chiesto di fare quel che Bosh ha fatto per gli Heat, ovverosia meno punti, molti più rimbalzi e equilibrio nelle due fasi di gioco. Se il numero 0 dovesse accettare questo ruolo, allora i Cavs hanno una seria possibilità di giocarsi il titolo, altrimenti vorrà dire che la scelta di scambiare Wiggins, già commentata negativamente da Kobe tra l’altro, potrebbe essere rimpianta. E’ un processo difficile che richiede tempo e lavoro, ma i presupposti perché tutto ciò accada ci sono. Sarà l’anno di LeBron III?

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Michele Di Mauro