Dopo una prima tenue, ma importantissima apertura fatta dalla Turchia con la concessione di transito, attraverso i propri confini, ai curdi iracheni peshmerga, arrivano oggi le dure parole del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul lancio di armi e approvvigionamenti alle forze curde asserragliate a Kobane da parte di aerei americani.

Le proteste turche sono figlie degli ultimi rilevamenti dell’area, da dove infatti sembrerebbe che l’errata posizione dei lanci americani avrebbe dato l’opportunità anche a forze jihadiste e curde siriane del PYD di accaparrarsi i rifornimenti. Le parole espresse sono macigni sull’apertura ai curdi, i quali continuano ad essere considerati, nelle proiezioni politico-militari siriane (YPD) e turche (Pkk), formazioni terroristiche dal governo di Ankara. Erdogan non si è risparmiato, poi nel lanciare delle frecciate nei confronti di Kobane e della politica americana nell’area. “Mi riesce difficile comprendere perché Kobane sia così strategica per loro (gli Usa, ndr) visto che non vi sono civili ma solo 2.000 combattenti”.

Nelle settimane scorse aveva anche chiesto, a fronte delle agitazioni e manifestazioni degli interventisti, “che cosa centra la Turchia con Kobane?”. Sembra chiaro quanto questa apertura sia filtrata molto dalla ragion di Stato tracciata da Erdogan. La Turchia persegue e perseguirà i suoi interessi nell’area, quindi c’è ben poco di umanitario e molto di realpolitik nel modus operandi turco. Una sorta di  dottrina Monroe rivisitata per il caso sarebbe impossibile da perseguire in quanto in Turchia la minoranza curda conta quasi il 18% della popolazione totale ed una politica oltranzista getterebbe le basi a forze centrifughe che minerebbero la solidità del Paese. Un assaggio di tale prospettiva era stato dato un mese fa, all’inizio dell’offensiva a Kobane, quando gruppi corposi di interventisti e curdi turchi scesero per le piazze delle diverse città a protestare contro l’indifferenza delle autorità centrali e in quella occasione 33 furono i morti. A seguire, nella zona di Diyarbakir, nel sud-est del paese, fu distrutta, per protesta, una statua del primo Presidente turco Mustafa Kemal Ataturk, mentre nelle regioni di Van e Mardin fu  addirittura imposto il coprifuoco.

L’apertura politica quindi potrebbe sembrare una forzatura alla linea di Erdogan, mentre, paradossalmente potrebbe mostrarsi la sua arma più efficiente. De facto una apertura riporterebbe una situazione più controllabile nel paese e nel contempo, una apertura con il contagocce, così come si è mostrata, logora l’unità curda: concedere il transito e quindi anche il riconoscimento solo ai curdi iracheni e nel contempo continuare a designare terroristi quelli siriani e turchi, come è avvenuto in queste ultime dichiarazione non è altro che uno ossequio ad una politica di dividi et impera, cercando di porre la parola fine alla questione curda. Da questo punto di vista si spiega la proposta di Ankara di creare una zona cuscinetto per i curdi sfollati nella parte settentrionale della Siria, così facendo riuscirebbe a raggiungere 3 obiettivi strategici con un solo atto: riuscirebbe a spostare tutta la frangente curda più aggressiva in un territorio neutrale dai confini deboli, così da rafforzare e stabilizzare le regioni meridionali; la zona cuscinetto proposta da Erdogan sarebbe tutta a spese della Siria, politicamente quasi totalmente isolata e ancora alle prese con una guerra civile, contro cui la Turchia nutre forti risentimenti politici e sociali; infine la Turchia si porrebbe alla comunità internazionale come mediatrice del conflitto, rivalutando la propria reputazione internazionale caduta a picco dopo i fatti di Piazza Taksim.

Dario Salvatore