Pochi giorni fa la commissione europea, presieduta da Steve Green, ha proclamato vincitrice Matera, tra le finaliste italiane candidate come Capitale europea della Cultura 2019, battendo così le finaliste Ravenna, Cagliari, Lecce, Perugia e Siena, con 7 voti favorevoli su 13. Grande è stata la gioia che ha invaso il paese, senza però negare che anche la delusione delle città escluse è stata forte.

La vittoria di Matera è stata però molto sentita e ciò si può ben comprendere attraverso alcune considerazioni.

Matera è una città fatta di luci e ombre, un incantevole paese, negli ultimi anni meta di molti turisti e visitatori. Poche persone sanno che Matera è stata la prima meta del Sud Italia ad essere proclamata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, le cui motivazioni furono così spiegate: “L’equilibrio tra intervento umano e l’ecosistema mostra una continuità per oltre nove millenni, durante i quali parti dell’insediamento tagliato nella roccia furono gradualmente adattate in rapporto ai bisogni crescenti degli abitanti”.

La sua storia però negli ultimi decenni ha visto alternate elogi e critiche.

Vergogna d’Italia” fu definita dopo la denuncia di Carlo Levi, che testimoniò lo stato di “degrado” di una città che sembrava, negli anni ’40, ancora immersa in un passato troppo anacronistico per quel presente. Levi così scriveva:

“…Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi, Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie… Di bambini ce n’era un’infinità… nudi o coperti di stracci… Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era quaggiù: ma vederlo così nel sudiciume e nella miseria è un’altra cosa… E le mosche si posavano sugli occhi e quelli pareva che non le sentissero… coi visini grinzosi come dei vecchi e scheletrici per la fame: i capelli pieni di pidocchi e di croste… Le donne magre con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi… sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste…”

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Un agglomerato urbano in cui architettura e natura coesistevano magnificamente, dove le persone non sembravano turbate dal fatto di vivere in abitazioni scavate nelle pietre, case in cui gli abitanti si sono succeduti per millenni. Con l’Età dei Metalli nacque il primo nucleo urbano stabile, quello dell’attuale Civita e pare che il nome attuale, Matera, fosse stato dato dai Greci, che la chiamavano Mataia ole, che deriva da Mataio olos, il cui significato è “tutto vacuo”, con riferimento alla Gravina, fossa attraversata da torrenti.

Dopo la denuncia dell’autore di Cristo si è fermato ad Eboli, per Matera iniziò il periodo del risanamento, con gli interventi promossi dallo stato italiano, fortemente voluti da Togliatti e De Gasperi, sul finire degli anni ’40. Con il progetto Per la più grande Matera si diede inizio ad un piano di risanamento igienico che prevedeva grandi opere pubbliche e un nuovo assetto idro-geologico secondo il modello genovese, cioè con l’incanalamento dei torrenti, i grabiglioni, che caratterizzano lo sviluppo dei Sassi. I primi quartieri della nuova città avevano come principali caratteristiche ampi spazi verdi comuni ed edifici di pochi piani, per cercare di riprodurre il più possibile i modelli di vita sociale dei Sassi; in quegli anni grandi nomi dell’architettura italiana si concentrarono sulla città di Matera, che divenne un vero e proprio laboratorio. E, ancora oggi, Matera è un laboratorio culturale vivissimo che cerca però di preservare la sua storia e la sua eco-sostenibilità.

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Insieme alla bulgara città di Plovdov, vede ora quindi tutti i riflettori puntati sui suoi Sassi, sulla sua storia e sulle sue potenzialità. Un momento che molti considerano di riscatto, facendo pendere l’ago della bilancia su quello che di positivo la città e la sua storia offrono all’Europa. Attenzione però a non trasformare questa vittoria nei soliti campanilismi o in un momento di riscatto di un Mezzogiorno trascurato: nel 2019 a vincere è l’Italia, e sarebbe stato così in qualsiasi caso, sia con Matera che con Lecce, Cagliari o le altre città. Le cinque finaliste perdenti, oltretutto, saranno capitali italiane della cultura nel 2015 e nel 2016.

Siamo convinti che dal 2016, anno in cui partiranno i lavori, Matera saprà sfoggiare tutta la sua bellezza all’Europa intera.

Antonella Pisano