E’ tempo di elezioni. Dove? In Italia? In un altro stato europeo? Negli USA?
No, in Brasile, una delle grandi economie emergenti dei nostri giorni, lo stato più grande dell’America Latina, la patria dell’ultima competizione mondiale di calcio.

La patria delle contraddizioni, dove affianco a sontuosi grattacieli sorgono misere baraccopoli e dove la stessa Coppa del Mondo FIFA potrebbe influire sui risultati delle elezioni nazionali, dopo i disordini antigovernativi scoppiati durante l’ultimo anno a causa dell’aumento di alcune tariffe per finanziare l’organizzazione dei mondiali di calcio.

Naturalmente, si tratta solo di una delle tante varianti che hanno contrassegnato la vita dell’attuale governo presieduto dall’esponente di sinistra (e successore del presidente Lula) Dilma Rousseff: basti pensare che recentemente è venuta all’onore della cronaca un’inchiesta relativa a delle tangenti che la PETROBRAS, compagnia petrolifera a partecipazione statale, avrebbe pagato ad alcuni partiti di maggioranza.
Si è trattato di temi sui quali l’opposizione di centrodestra, guidata dal candidato Aecio Neves, ha galoppato la campagna elettorale, facendosi paladina della lotta alla corruzione.

Naturalmente, sull’altro piatto della bilancia il governo brasiliano ha ampliato i risultati raggiunti negli ultimi anni nelle politiche sociali: allo stato attuale il 30% dell’elettorato brasiliano, composto da persone sotto la soglia di povertà, ha potuto usufruire di mutui agevolati, sussidi per le famiglie, borse di studio ed assistenza medica domiciliare, tutti benefici che fino all’inizio degli anni 2000 erano del tutto inimmaginabili per i ceti più poveri.
Secondo i sondaggi al momento Dilma Rousseff, sostenuta principalmente dagli intellettuali di sinistra e dalle classi più basse, è in vantaggio rispetto ad Aecio Neves, sostenuto dalle classi medio-alte. Tuttavia il problema delle elezioni e della politica brasiliana è molto simile a quello italiano: la frammentazione.

Chiunque dovesse andare al governo dovrà vedersela con una lunga serie di partiti, circa 32, che si dividono ben 300 scranni nel parlamento brasiliano (più della metà del totale) e che non appoggiano direttamente nessuno dei due candidati anche se, teoricamente, dovrebbero finire con l’appoggiare il primo eletto.

A prescindere dai sondaggi, le elezioni di domani in Brasile decideranno se la generale tendenza di centro-sinistra dell’America Latina dell’ultima dozzina d’anni continuerà o sarà portata ad incrinarsi.

Si consideri che dai primi anni 2000 tutti i principali paesi sud-americani hanno eletto quasi esclusivamente governi socialisti: quelli della famiglia Kirchner in Argentina, di Chavez e del suo successore in Venezuela, di Michelle Bachelet in Cile e di Cordano in Uruguay.

Sergio Coppola