Inauguro questa rubrica con un articolo dedicato al Movimento 5 Stelle, alla sua linea politica ed alle difficoltà incontrate nella creazione di un’identità condivisa nel suo elettorato.

Il Movimento 5 Stelle è a tutti gli effetti una novità nel panorama politico del belpaese e, nel bene e nel male, ne sta segnando la storia recente. Forte di slogan semplici ed accattivanti, di un programma breve ma di effetto e della potenza espressiva di Beppe Grillo il Movimento è arrivato ad affermarsi come una delle principali forze politiche d’Italia cavalcando l’onda del risentimento popolare contro un sistema incapace di reagire alla crisi socioeconomica degli ultimi anni .

È proprio il modo di porsi del Movimento la chiave della sua rapida scalata nelle gerarchie dei partiti nazionali: un modo diretto, un linguaggio esplicito e per nulla complicato, diretto a colpire “la pancia” più che la mente degli ascoltatori. Ancor di più è la costruzione di un forte senso d’identità a dare forza al Movimento, ma non si tratta di un’identità positiva quanto di un’identità negativa, ovvero sul “non essere di alcun altro partito politico”, con la convinzione che tutto ciò che vi sia di politico nella storia d’Italia, all’infuori del Movimento, sia corrotto, corruttibile e/o causa della situazione attuale.

Questa idea, estremizzata nei discorsi di Beppe Grillo e ribadita da tutte le figure maggiori del Movimento, ha un’enorme capacità di coesione interna: contro il “mostruoso nemico” che è la politica italiana  il Movimento si pone come via alternativa, esterna alla politica al punto da non definirsi neanche un partito, raccogliendo i voti dei delusi di tutti i partiti tradizionali e “serrando i ranghi” tra un corpo elettorale per sua natura eterogeneo, frammentato e dalle estrazioni politiche più varie. Non è un caso che sui temi più delicati ci sia sempre qualche controversia: immigrazione, euro, Unione Europea, governo, sono tutti temi che fanno riemergere le differenze interne all’elettorato e che spaccano anche gli eletti, spesso divisi tra i più fedeli alla linea dell’intransigenza nei confronti della vecchia politica ed i più aperti al dialogo con gli altri partiti.

Non è un caso neppure che i momenti più delicati della vita del Movimento 5 Stelle siano stati risolti in due modi: con l’espulsione dei “dissidenti” o con il decisionismo di Beppe Grillo. Delle espulsioni, eseguite anche di recente, si è parlato e si parlerà a lungo, e ci sarebbe molto da dire – lo si farà magari in altra occasione – sui metodi da inquisizione utilizzati nella messa al bando di vari attivisti o parlamentari del Movimento. Più interessante è invece il secondo punto: in alcuni momenti critici della vita politica del Movimento è stato Beppe Grillo, che continua a non volersi definire leader ma semplice portavoce, a prendere in mano la situazione e a fare come gli pareva. Due sono i casi più importanti:

  • Nelle consultazioni con Renzi, all’epoca alle prese con la formazione del governo, quando Beppe Grillo – che non voleva parlare con l’ex sindaco di Firenze – sovvertì la volontà dell’elettorato presentandosi al colloquio con modi di fare tali da rendere impossibile qualsiasi contatto tra il Movimento (che, tramite consultazioni online, aveva dato il suo assenso) ed il PD, costringendo implicitamente il Partito Democratico “all’inciucio” con il centrodestra;
  • Dopo le elezioni europee del 2014 quando, senza alcuna preventiva consultazione online con l’elettorato, decide di trattare con Nigel Farage l’ingresso del Movimento nel gruppo euroscettico guidato dall’UKIP, una scelta che ha reso i (pochi) europarlamentari pentastellati poco più che figure di contorno senza effettivo potere decisionale, in un momento quanto mai delicato per l’Europa unita e le sue istituzioni;

In entrambi i casi è facile notare come siano scelte di comodo, fatte da Grillo per seguire la strada più facile per serrare i ranghi contro il “nemico comune”. Questo però ostacola la formazione di una linea politica condivisa e di un’identità positiva del Movimento, fondamentale nel costruire un sistema sociopolitico alternativo a quello attuale. Sia i parlamentari che gli europarlamentari si sono presentati con la volontà di controllare l’andamento dei lavori nelle istituzioni nazionali ed europee: con questo atteggiamento si può far molto, ma non tutto. Non si può, ad esempio, partecipare attivamente alla formazione di un sistema sociopolitico diverso.

Riuscirà il Movimento a diventare parte attiva e non solo distruttiva della politica italiana? Ai posteri l’ardua sentenza.

Simone Esposito