Vivere a volte è sopravvivere. Vivere è scegliere da che parte stare. Vivere è cadere e rialzarsi, rialzarsi e cadere! Cadere nella tentazione, cadere nella comodità, cadere nella malattia. La malattia che rappresenta un richiamo su sé stessi, un segnale di un disagio che non si vede, che non si ascolta, che non parla. Il corpo assume forme che non sono forme, solo ossa. Il disturbo alimentare è il controllo sul cibo quale forma compensatoria di un qualcosa che non c’è, di cui si sente la mancanza. Il rifiuto è rabbia, è ansia, è noia, è debolezza. Il rifiuto arriva come un insegnamento da figure genitoriali! I primi no ricevuti partono da mamma e papà che differenziano il male dal bene, ciò che può essere fatto da ciò che viene negato. Impariamo a dire no a ciò che ci appare non piacevole, ma il cibo non può avere valenza negativa. Può non essere amabile un determinato sapore, ma non può essere non amato. Su tali preposizioni si può dedurre che il non mangiare non è non amare il cibo, né il non amare la vita. È la lealtà invisibile che lega le persone, mantiene i legami di appartenenza all’interno di una famiglia. Quasi un collante, quasi una lente di ingrandimento su un ago disperso nella paglia, presente nonostante il nascondersi. Il pensiero coatto e ossessivo nei disordini alimentari, genera ansia che si manifesta sotto forma di comportamenti compulsivi finalizzati a canalizzare l’ansia. Ansia, pressione, sensi di colpa che non appartengono a chi “porta la malattia”, piuttosto sono contestualizzati all’interno della famiglia d’origine. Ogni essere è relazionale, nasce vive e cresce relazionandosi. Ogni persona non è un’isola ma “parte di”. Bateson, terapeuta familiare, scriveva che “una mano non è 5 dita, ma 4 relazioni”. Con tale affermazione il terapeuta voleva sottolineare l’importanza delle interazioni alle basi delle relazioni. Ogni dita rappresenta un membro famigliare e la mano indica il nucleo familiare. Secondo quest’ottica la persona che presenta un disordine alimentare è il portatore di un sintomo, di una disfunzione relazionale all’interno della famiglia. La malattia non è dunque del solo individuo, piuttosto della organizzazione familiare che non funziona bene a partire da modalità comunicative , comportamentali e relazionali. La persona attraverso la malattia si rende competente a mettere in atto, mediante il corpo, il problema all’interno della famiglia. Un esempio di problematica frequente è rappresentato da un figura materna iperpresente, pressante, esigente, la cui funzione è compensatoria ad un’assenza della figura paterna. La reazione frequente del figlio è quella di manifestare la patologia alimentare quale forma di ribellione ad una coppia che non funziona e ripercuote effetti collaterali sul figlio. A volte le famiglie mantengono la forma verso l’esterno, enfatizzando la perfezione e nascondendo una grande assenza affettiva all’interno. Sono quelle famiglie attente all’apparire, distanti e assenti nei confronti del figlio. Anche in questo caso la risposta comportamentale di quest’ultimo è rappresentata dal disturbo alimentare per rompere la perfezione e richiamare attenzioni. I figli segnalano quindi la problematica relazionale, assumendo spesso il ruolo di mediatori e paradossalmente di risolutori. Spesso in casi di conflitto coniugale o di separazioni il figlio può percepirsi il responsabile, per cui tende a mantenere unita la famiglia attraverso la malattia. Si potrebbe ipotizzare un tentativo di non fare separare i propri genitori. È dunque necessario considerare la problematica in termini familiari, mediante una piattaforma terapeutica che coinvolga ogni membro familiare. Gli obiettivi terapeutici puntano ad una ristrutturazione al livello cognitivo e soprattutto familiare. Il passato resta, non sarà mai sostituito, si può dare una sana e funzionale forma partendo dal presente. Per “dare forma” si intende effettuare una riformulazione del problema attraverso i punti di forza all’interno di tutta la famiglia, lavorando sugli irrisolti, sui dolori che hanno dato avvio alla problematica.

 

A cura della Dott.ssa Cristina Falconetti
per il portale Psicodialogando